L’uomo che inventò l’assist a se stesso

di Roberto Savino |

platini ascoli

22 Agosto 1990. Son troppo agitato e la lente a contatto non vuol proprio saperne di aderire alla pupilla destra del mio occhio. Provo e riprovo maledicendo la mia miopia, mentre al di là del cancello, giunto in sella alla sua Bianchi tutta ammaccata, Paolino mi urla che s’è fatto tardi. Mezz’ora e comincia la finale contro il San Marco e noi dovremmo essere già lì. Organizzo da qualche anno un torneo sette contro sette sul Gargano che ogni estate attira diverse squadre dai paesi limitrofi. Ognuna, puntualmente, arriva con la sua divisa d’ordinanza e sono tutte, ma proprio tutte, sempre fortissime. Tant’è che noi della “Gargano Blu” non abbiamo mai vinto. Io, come detto, son l’ispiratore del trofeo ma non ho alcun potere di decidere il colore della maglia che, quindi, anziché bianconera è rossa come quelle di diverse squadre professionistiche prestate per lo più dalla mia collezione e da me distribuite. In quanto a tifo, il nostro è un gruppo eterogeneo che si ritrova a Torre Mileto soltanto per le vacanze ed è già tantissimo essere amici per la pelle dall’81, più o meno, nonostante le diverse passioni calcistiche. A parte Angelo, il portiere, un orologiaio diciassettenne della vicina Sannicandro, scritturato l’anno prima al sol fine di difendere i nostri pali, c’è Paolino, ad esempio. Lui mi aiuta nella gestione del torneo, vive a Novara, tifa viola (i misteri della vita) ed è un terzino con il vizio del gol dalla distanza. Luca, un ragazzone di Castellammare di Stabia che, ovviamente, tifa Napoli, lo accompagna in difesa. Comasco di Porlezza e per questo soprannominato Porly, Michele è un milanista sgraziato nei movimenti ma che, sulla mediana, fa sempre la cosa giusta. Al suo fianco Mario, un colosso varesino tifoso della Roma. Un po’ più avanti, in veste di regista, il più mingherlino fratello Amedeo. Piedi gentili e tocchi di classe ma anch’egli giallorosso (tutti matti, mah). Lì davanti, io. Juventino purosangue, ancora profondamente legato al suo Re francese, nonostante costui avesse salutato il calcio giocato già da qualche anno. A dare il cambio ai difensori “titolari”, c’è Gianluca, un ragazzo praticamente del posto e tifoso granata (la vita è davvero strana). Centrocampisti ed attaccanti, invece, si riposano grazie all’ingresso in campo di Edmondo, un furetto quindicenne di Benevento patito dell’Inter e del calcio tedesco. Tutti, a parte Eddy, dai diciotto ai ventidue anni e tutti, a prescindere dalle differenti fedi calcistiche, affiatatissimi.

 

Ho saltato la semifinale per un banalissimo incidente domestico. Forse non l’ha mai saputo, ora ne verrà a conoscenza. Tra grassissime risate, rigorosamente in sua assenza, imitavamo a turno il granata Gianluca. Aveva il vizio di infilare l’infradito al volo ed in questo era un vero Maestro. Purtroppo, io, un pessimo allievo, tanto da frantumare il mio mignolino destro contro lo spigolo di un letto. Ma oggi scenderei in campo anche con una gamba sola e per esorcizzare la microfrattura che l’Ospedale di San Severo mi ha diagnosticato il giorno prima di Ferragosto non c’è altro modo che pensare intensamente che sia tutto naturale, alzando e non di poco la soglia del dolore. Del resto ho rinunciato a qualsiasi protezione proprio nella speranza di farcela ed oggi non posso mancare. Però fa male, da morire.

 

La lentina è ora al suo posto e prima di lasciare lo specchio, abbasso i calzettoni alle caviglie, sfilo la maglia dai pantaloncini ed ammiro il mio profilo con la speranza di trovare una somiglianza con quello del mio campione. Il sedere, purtroppo, non è “a papera” e devo accontentarmi di quello che ho. Ma è tempo di scappar via, il sempre polemico Paolo, intanto entrato senza permesso nel bagno per rimproverarmi del ritardo, maledice me ed il francese tirandomi via per un braccio.

 

Fa un caldo assurdo, come sempre, ed il campo in terra, bagnato per l’occasione per non far alzare polveroni, dopo appena 10 minuti è quasi asciutto. E dire che abbiam fissato l’orario della partita entro il limite che consenta l’eventuale svolgimento di supplementari e rigori senza l’ausilio di fari che, peraltro, non ci sono. Ai bordi del campo non s’è mai vista tanta gente, forse più di duecento persone, almeno la metà in costume da bagno, che per noi valgono come ottantamila. Il San Marco è forte, attacca e non ci lascia respirare. Soffriamo tutti, io per primo, inesistente per mezz’ora abbondante. Sotto di una rete rinuncio a battere una punizione. Il piede fa malissimo e non posso tirare in porta da distanza superiore ai cinque metri. Il mio colpo preferito, quel tracciante scoccato senza vedere la porta, al volo di collo destro ad incrociare sul secondo palo dopo aver fatto scorrere la palla al mio fianco, non funziona proprio. Su quei palloni che i compagni, conoscendomi, mi offrono, a stento ci arrivo e comincio a scoraggiarmi. Metto le mani sui fianchi mentre il resto della squadra si danna alla ricerca del pareggio. Paolino se ne avvede e mi rimprovera duramente. Lo mando a quel paese in francese e lui, sapendo che sto imitando Michel, si incazza ancor di più. E poi venne quell’ultimo minuto del primo tempo. Potrei inventare che il cielo si scurì tutto d’un tratto, oppure che il mare di fronte a noi si aprì come nell’Antico Testamento dinanzi agli occhi di Mosè ed al popolo ebraico. Fatto sta che c’è un cross di Paolino dalla destra ed un difensore avversario svetta di testa più in alto di tutti ad allontanare il pallone. Io, attardato su questa azione, sono a tre quarti di campo proprio in direzione della respinta. Stoppo incassando il petto questa palla e, mentre la difesa avversaria sale alta correndomi incontro come assatanata, la faccio scendere inventando immediato una palombella con il dorso del destro che la scavalca secca. Sguscio tra le maglie velocissimo a raccogliere questo assist a me stesso, controllo la palla ed a piccoli passi mi avvicino al portiere in uscita, prima di trafiggerlo con un piatto destro da pochi passi che non gli lascia scampo. E’ il pareggio. Insperato, inatteso ma tremendamente voluto, corro incontro ai miei compagni con il braccio alzato, l’indice verso il cielo ed il corpo obliquo, mentre nella mente riaffiora l’originale di questa scena, andata in onda esattamente otto anni prima, la sera del 22 agosto del 1982, in quel match di Coppa Italia, con Le Roi che si beve con la medesima repentina mossa l’intera squadra pescarese prima di trafiggere Bartolini per il suo primo gol ufficiale in maglia bianconera.

Gasati dal pareggio, sorseggiamo nel breve intervallo, sorridenti ed un po’ sacrileghi, dell’acqua all’ombra della capannina dell’altare di fianco al campo che ogni domenica ospita la messa all’aperto dei villeggianti, poi comincia una ripresa colma di reti, con noi sempre ad inseguire. Paolino dalla distanza, quindi Amedeo d’astuzia pareggiano i gol degli avversari i quali, sul finire, ripassano in vantaggio. Io, nullo o quasi, come nel primo tempo, corro sempre meno, tanto che potrei tranquillamente accendermi una Marlboro senza che nessuno se ne accorga. Di cedere il posto ad Eddy non se ne parla proprio. Del resto lui si è giocato tutta la semifinale. E poi è giovane, troppo pischello per un impegno così importante. Insomma, per dirla tutta, sarebbe molto meglio lui ora, ma me ne frego con classe, fingendo indifferenza alle sue continue suppliche da bordocampo. Luca, nel frattempo menomato da un forte mal di stomaco, non si sa come sventa in rovesciata sulla linea di porta un gol avversario che avrebbe chiuso la contesa e la sfera, rinviata alla viva il parroco proprio in direzione della chiesetta, è addomesticata da Amedeo con la solita maestria per poi passare, via Mario, tra i miei piedi. Alzo la testa e cerco con lo sguardo Amedeo, poi gli suggerisco un triangolo ma la palla di ritorno è troppo arretrata. D’istinto ed in modo che appare maldestro, non so nemmeno come, il tacco del mio destro impatta questa sfera mandando fuori tempo i due marcatori avversari, già pronti ad una veloce ripartenza. Incredulo, seguo la traiettoria verso la porta di questa stella cometa, ed intanto nella mia mente, contrariamente al primo gol, scorre in simultanea la fantastica azione costruita da Michel e conclusa da lui stesso con un morbido pallonetto alle spalle di Brini in quello Juventus – Ascoli 5 a 0 dell’83. La seconda palombella è fuori dalla portata del mio talento, ma la punta del piede è sufficiente a mandare fuori giri il portiere avversario per il 4 a 4 che ci riavvicina alla coppa. Nemmeno i supplementari riescono ad abbattere la nostra voglia di vittoria. Restiamo aggrappati al match, mentre io continuo a vagare per il campo con l’intima convinzione che, prima o poi, sarò chiamato dalla sorte a stoppare il pallone, fare un sombrero a me stesso ed al mio marcatore, per poi battere in giravolta con un sinistro al volo un pallone all’incrocio imparabile alle spalle dell’estremo difensore avversario, esattamente come quello del mio Michel nell’indimenticabile giornata di Tokyo. Una convinzione, questa, che  abbandona i miei pensieri solo al triplice fischio, prima del trionfo della mia squadra ai calci di rigore. Del resto cosa volete, io non sono Michel, l’uomo che inventò l’assist a se stesso.

 

di Roberto Savino

 

Tratto da “Gli anni del Re” di Stefano Discreti

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