L'unico segnale di rimonta

di Massimo Zampini |

Vado all’Olimpico. Con la Lazio ci vado volentieri, e l’ultima che ho visto dal vivo qui abbiamo alzato una coppa, solo pochi mesi fa, quando Matri era dalla parte giusta e siamo diventati i primi anche a vincere la decima coppa Italia. Non che ci tenessimo particolarmente, per carità, ma ci scocciava un po’ fare arrivare prima gli altri.

Ci vediamo verso le 19.30 a ponte Milvio per bere qualcosa in quel bar di un amico juventino, ok? Io ci arrivo in pochi minuti, ma siamo pur sembra a Roma, e gli amici che arrivano da altre zone si trovano alle prese col grande slam: sciopero dei mezzi, targhe alterne e partita all’Olimpico. Mi chiamano alle 20, appuntamento spostato all’obelisco. La birra a Ponte Milvio me la bevo da solo, con l’amico juventino proprietario del bar.

All’obelisco non c’è praticamente nessuno; atmosfera triste, se si pensa alla passione di altri tempi, ma allo stesso tempo serena, con sciarpe mischiate, nessuna tensione, e forse, dovendo scegliere, meglio così.

Non ci giochiamo molto: noi siamo quinti noi e loro più indietro. Noi soddisfatti della nostra società (web a parte, dove Marotta, Paratici, Allegri e forse pure Agnelli sarebbero già stati sostituiti alla seconda giornata), loro delusi e infuriati con la loro. Noi non amiamo Lotito, loro neanche.

Lo stadio fa risuonare l’inno della Lazio e quello di Allevi, noi cantiamo il nostro (solo 5 parole, comincia con “fino” e finisce con “Juventus”), che quest’anno deve rappresentarci più che mai.

Mi guardo intorno, molti bambini con la maglia della Juve, e quando li vedo ripenso sempre a cosa abbiamo rischiato, da Calciopoli in poi. Poi sono arrivati Agnelli and co, le cose sono tornate al proprio posto, e i bambini sono tornati a indossare fieri e orgogliosi la maglia giusta.

Nei nostri settori (sì, stavolta sono due, pure mezza tribuna Monte Mario, siamo troppi!) c’è tanto entusiasmo, come sempre, ma mi pare che la gente si renda conto che probabilmente quest’anno toccherà a qualcun altro, quello che a maggio tocca quasi sempre a noi.

La guardiamo sapendo che abbiamo buttato troppi punti, che le rivali sono tante e lontane, che la Juve sta crescendo, ha vinto 4 partite di fila, ma non ha entusiasmato in nessuna di queste, tranne il finale di Palermo.

Loro, fortunatamente, stanno peggio di noi, e dopo una settimana passata a dividerci tra chi prevedeva una reazione furente da parte della Lazio e chi riteneva fossero ormai alla frutta, a un passo dal cambio di allenatore, dopo pochi minuti otteniamo la prima risposta, con l’autogol di Gentiletti. Il ricordo più nitido dell’azione è la mia sensazione nel momento in cui il pallone finisce ad Alex Sandro, quell’assoluta certezza che la nostra bufala costata 26 milioni salterà l’uomo e farà un cross come si deve. Sarà così per tutta la parttia: forte, potente e veloce: e brava la nostra bufala.

La Lazio ci prova, la Juve non è ancora la Juve che vorremmo, ma non è più quella che ci terrorizzava a inizio stagione. Poi, il pallone arriva a Mandzukic, che la tiene in mezzo a 4 avversari, torna indietro e serve con precisione un compagno. Bravo anche tu, caprone immobile. Il compagno cui arriva quel pallone è Dybala, che se la alza, palleggia col ginocchio e tira al volo all’angolino. Bravissimo anche tu, pseudo Iturbe strapagato che Allegri proprio non vede di buon occhio, e infatti non giochi mai.

Da lì in poi un po’ di noia, la Juve amministra non rischiando quasi nulla, ci si diverte con il coro anti Lotito delle due curve improvvisamente unite, fino alla fine, quinta vittoria di fila.

L’impressione è che la squadra sia cresciuta enormemente sotto il profilo dell’autostima, i nuovi si stiano inserendo e la difesa si sia riaggiustata: molto, moltissimo, ma non abbastanza per pensare a una possibile rimonta completa.

Poi arriva il weekend, qualcuna continua a vincere, altre perdono punti, la classifica si accorcia. Normale, recuperare qualche punto, se ne vinci cinque di fila: anche qui non vedo particolari segnali positivi per chissà quale rimonta.

La curiosità è che, di settimana in settimana, quel campionato meraviglioso che non richiedeva moviole si è spento; si comincia a parlare di arbitri, di maglie a strisce, di espulsioni strane, di rigori che non c’erano e smettiamola di dire – ci rimbrotta chi ha perso ieri dopo qualche mese – che gli arbitri italiani sono i migliori del mondo.

Solo qui, solo ora, capisco che io no, proprio non ci credo; ma qualcuno, alla nostra rimonta, comincia a pensarci sul serio.