L’Ultimo Viaggio di SuperGigi – i miei primi 40 anni

Siamo alla metà dell’ultimo giro. Ultimo. Questa parola è diventato la mia amica, croce e trampolino, per un salto nel vuoto.

In queste settimane fuori dal campo mi sono sentito un pensionato. In questi giorni a ridosso dei miei 40 anni mi sono sentito un monumento. Oggi mi sento dannatamente vivo, volitivo e attraverso da un’energia che mi dilania. Mi sento in bilico. Due forze contrapposte che mi strappano e allargano. La voglia di tornare subito protagonista nel MIO anno contro la saggezza nel tornare davvero quando sarò pronto, per non rovinare il MIO anno. La voglia di tenere fede alle MIE parole e alla MIA volontà, quella di lasciare, all’apice della gloria, tra vittorie ed esaltazioni, e dall’altro lato quel “demone” che mi ha morso dentro per 20 anni e che mi tenta, mi dice di andare avanti e avanti ancora.

Come un tossico-dipendente, addicted to myself: essere ancora Buffon. Ora sono al centro esatto, nel cuore calmo del MIO anno, nel maelstrom perfetto e puro della MIA scelta, tra astinenza dal campo e dipendenza dal demone.

Ho visto Wojciech (si scrive così?) indossare i miei vestiti, tenere la mia scena, proteggere la mia porta immacolata. Quante volte sto scrivendo “mio”, quante volte lo sto pensando? Mio, me, io. E’ quell’egoismo che mi spinge a chiudere adesso da Dio o quell’egocentrismo che mi solletica ad andare avanti, da Demone, per paura di farmi sfilare queste cose tra le mani, come una palla che scivola via?

Ho avuto il primo assaggio di ciò che sarà a Giugno. Quando davvero sarà (?) finita. Ore di video in TV, prime pagine, mondiali, italiane, interviste, gli auguri. Mi stanno già celebrando. Sono già fuori. Un calciatore non-calciatore. Da campione-leggenda a eroe-monumento.

Era tutto così perfetto, simmetrico, studiato per essere così. Il settimo sigillo in bianconero, i 40 anni, i Mondiali, e “quella” Coppa, non più maledizione ma sogno adolescenziale con rinnovata consapevolezza. Quando i Mondiali sono svaniti è stata una picconata su un wonderwall perfetto eretto con testa e cuore, fin da questa estate. Non andrai ai Mondiali Gigi. L’azzurro è già finito. Sipario. Non te l’aspettavi, eh?

Ho dovuto prenderci su un respiro enorme. Parare palle infuocate di rimpianto e nostalgia. Una dopo l’altra, tremende, nelle settimane seguenti. Un sogno azzurro da Capitano di un intero Paese. Caduto giù. Poi un acciacco e spazio a Wojciech (sì, si scrive così). Per rigenerarmi, vedere l’effetto che fa. Ancora una volta, alla mia età, allenarmi per recuperare, come un ragazzino, con più grinta, più maniacalità. Le settimane sono passate e anche il record, quello di Paolino Maldini, non posso (?) più batterlo. Altro pezzetto del muro non più perfetto.

E ora, continuo a vedermi riflesso in mille immagini, mille video in TV. Eccomi col Parma, e qui un rigore parato a Totti, qui con la Coppa, qui in un giro di campo, qui a stringere mani, tra i coriandoli, e gli altri che parlano di me, del mio futuro, qui rispondo a chi mi chiede perché ho lasciato Parma per andare alla Juve, qui mi domandano se ho fatto bene a restare alla Juve ora che siamo risaliti in A, ora mi interrogano sul dopo, cosa sarà, cosa farà Gigi? Ascolto le parole di Andrea (Pirlo), di Ale. Ogni viaggio è l’ultimo, in Sardegna, in Veneto. Ogni bimbo che mi stringe la mano, ogni giovane portiere che mi abbraccia, ogni compagno che ci scherza su. Ogni cosa è illuminata della luce speciale dell’ultima (?) volta. Ogni momento mi riempie i polmoni, ma solo fino a metà, per svuotarsi subito dopo, far spazio ad altri ultimi frammenti, respiri.

Madonna, ‘sta cazzo di parola: ULTIMO. Respiro. Ho 40 anni. 

Mio padre Adriano. Seguirò anche quello che dice lui. L’unico che mi chiama, mezz’ora dopo una gara e mi dice: “Gigi, hai fatto pena oggi!”. 

Mi ha insegnato il valore della vita. In silenzio. Ed in silenzio farò la MIA scelta. Non quella degli altri. Senza essere accondiscendente con me stesso, senza condannarmi, mi limiterò a capire. In silenzio, capirò. Se sono un’icona dello straordinario tale dovrò esserlo fino alla fine, non comprimario.

Sto guardando ancora quelle foto, quei video in cui mi esaltano. Hanno scelto i miei gesti più spettacolari e decisivi. (“Buffon, ancora una volta, incredibile, un campionissimo!” “Il tiro…Buffoooon, ci pensa LUI, Superman Buffon!“). Quei tanti me che scorrono sul video nel silenzio della mia casa, sono così distanti, la loro luce impiega anni per raggiungermi. Come la luce di vecchie stelle.

Ho camminato sulla superficie emotiva di un intero popolo sollevando al cielo le gioie più forti che un uomo possa provare in mille vite. Ho effettuato gesti tecnici ed atletici di una tale velocità e perfezione che andranno rivisti per decenni in slow-motion nelle accademie o studi di calcio o dietro le palpebre di chi c’era ed ha goduto con me. Anni e decenni sono passati, uno dopo l’altro. A stento posso stringerli tutti e dire a me stesso che siano davvero accaduti. E tutto questo dovrò terminarlo.

E se questa fine che sento così enorme dentro di me (“non c’è più dubbio ormai Gigi, tu sei il più grande portiere di tutti i tempi“) fosse in realtà estremamente sopravvalutata (“non lo so, io non credo nelle definizioni, credo solo nei fatti e nelle vittorie“)? Se il calcio e tutti gli altri se la caveranno perfettamente senza di me?

Sono un calciatore, sono un campione, sono un eroe, sono una leggenda, sono già un uomo il cui nome viene speso da politici che non conosco, da giornalisti che non mi conoscono.

Il miracolo di essere stato me stesso. Fin da quel video lì, quel ragazzino fragile e potente, che rivedo ora e ancora e ancora in TV, coi capelli lunghi e la maglia del Parma. Tutta la mia carriera, srotolata fino ad oggi. Una serie di accadimenti, uno dietro l’altro, così improbabili eppure già messi in fila, precisi, uno dietro l’altro (“Gigi, che effetto ti fa alzare questa Coppa dello Scudetto, il 30°, dopo così tanti anni?“), come l’ossigeno che si trasforma in oro.

Ho sempre pensato che sarebbe stata così, la mia vita, contro ogni probabilità. Mio padre Adriano e mia madre Stella. Cesellare tutta la mia vita, tutti questi anni, in una forma specifica, gesto dopo gesto, vittoria, gioie, emozioni, trionfi e poi, il Mondo. (Che effetto ti fa Gigi? Il più grande di sempre, Gigi? Campioni del Mondo, Gigi! Ancora uno Scudetto, Gigi! Cosa farai ora Gigi?). Come trasformare l’aria in oro. Un miracolo.

Alla fine di questo viaggio ne parlerò con Andrea, in modo sereno. E andrà come ho sempre pensato.

Ho 40 anni ora. Auguri e me e a tutti voi che ci siete sempre stati e ci sarete.