L’Ultimo Viaggio di SuperGigi – Umano, troppo umano

Non ho aperto subito gli occhi.

C’è stato un lungo momento in cui non ho avuto nemmeno coscienza di essere chi sono. Un uomo disteso su un letto, a fissare il soffitto. Ho sentito solo pian piano un formicolio di risveglio che passava dalle dita delle mani al palmo, al polso, al braccio.

Nel frattempo guardavo il bianco panna del mio soffitto e immaginavo di essere, anzi, ERO qualcosa di diverso da me, un tronco spezzato, inghiottito e risputato su da una burrasca oceanica. Un pezzo di legno di una nave squarciata, senz’anima, senza forza, portato alla deriva dallo spumeggiare delle onde.

Che cosa ho fatto? Che cosa ho detto?
Perché l’ho fatto? Perché l’ho detto?

Quando il mio vagolare senza coscienza disteso sul letto ha finito per stufarmi sono ridiventato me stesso.

Mi sono alzato e ho avuto la forza di leggere qualcosa -articoli, messaggi, commenti-, rivedere video e servizi su Madrid. Sono passati due giorni e sento l’adrenalina finalmente scorrermi via, come tossine lente da smaltire.

La distorsione della coscienza che sperimento sempre nel rivedermi in campo, alterato in balli di esultanze e pugni di vittoria al cielo o in proteste e borbottii amari per un gol preso, stavolta è talmente devastante da andare oltre e assestarmi un destro allo stomaco e al volto in rapida sequenza: io che danzo allo 0-3, io che investo di rabbia quel ragazzino slavato.

Di solito le immagini post-gara, il riflesso di me stesso in TV davanti ad un microfono, mi solleticano un certo orgoglio; mi trovo goffo e ho un vocione e un tono che non mi piace sempre, ma alla fine non sono male, il Gigi Buffon non banale, saggio, papà e fratello maggiore, un po’ populista ma apprezzato e rispettato.

Ora è tutto diverso. Mi riguardo, sono livido e livoroso. Mi risento, sono ridondante e spietato.

Da portiere, da calciatore, mi sono spesso sentito intrappolato in un parco di divertimenti sotto gli occhi del mondo. Sempre gli stessi gesti, la ciclica reiterazione dei movimenti, gli stessi 90 minuti. Le dinamiche all’interno di una gara le ho vissute tutte, ad ogni gol subito o sventato, so già come andrà avanti la gara, i miei occhi hanno visto davanti a me sull’erba qualsiasi combinazione di risultati, ogni concatenazione di eventi possibili, di traccia narrativa dipanata.

A Madrid è successo qualcosa di non previsto, non codificabile. Prima e dopo. Nemmeno da un vecchio, il più vecchio degli eroi del parco del divertimento, come me.

Da portiere, da calciatore, ho capito fin da subito che gli errori sono il primo passo verso la coscienza, come puoi imparare se non sbagli? Ci sono vari strati della costruzione di sé stessi, c’è la tecnica, c’è l’emozione, c’è la fame, c’è la capacità di improvvisare e reagire in ogni situazione, c’è la voglia di andare oltre. E poi c’è la coscienza.

Quella che tarda ad arrivare quando non vuoi svegliarti e guardi il soffitto di casa tua da un letto. Due giorni dopo Madrid.

E’ un labirinto di errori, un percorso che porta ad avere piena coscienza della propria umanità, della propria forza. Un percorso che porta a me.

In questo mondo, molti scelgono di vedere la bruttezza, i veleni, le polemiche, io ho scelto fin da subito di vederne la bellezza. Ma la bellezza è un’esca, ti intrappola.

Ho vissuto 20 anni in questo giardino incantato di bellezza accecante. Un mondo virtuale con un ordine preciso, e uno scopo brutale: incatenarti, tenerti qui, l’incantevole trappola dentro di te. Noi siamo questo mondo. Se ne esce solo in modo violento, con uno strappo dentro.

20 anni di carriera in un fischio.

Non ho mai avuto davanti una squadra capace di ribaltare un risultato così pesante contro una squadra così forte in uno stadio così potente. Non ho mai avuto la sensazione di essere vicino al centro di quel labirinto, di esserci arrivato, proprio nel mio ultimo giro, proprio al mio ultimo viaggio.

Dopo le gioie più immense, dopo il tetto del mondo, dopo le umiliazioni più estreme ed il ritorno ancora alla vittoria, ho scelto di andare avanti, di proseguire, ho gioito ancora e ancora, ma ho anche perso pezzi di me, finali, tante finali perse. E istanti, respiri e battiti, gli ultimi, di imprese sfiorate e poi inutili.

E quel fischio, quell’istante, me lo porterò dentro. E’ il momento dello strappo, della separazione tre il ME eroe di questo mondo incantato e pre-ordinato e il ME che verrà dopo, quello che si troverà di fronte un orizzonte infinito di scelte da fare, un mondo non incantato e non pre-fabbricato.

Approderò in un nuovo continente dopo una traversata lunghissima, scenderò le scalette e toccherò il suolo del nuovo mondo e sarò atterrito dalla vastità delle scelte da fare, molte più di quelle che ti possono capitare in campo –vai basso, spingi sulle ginocchia, esci, resta fermo-.

Ecco perché quel fischio mi ha scaraventato in una realtà diversa dalla mia. Risucchiato l’anima. E quel rosso!

Cancellare così 20 anni e l’impresa più eroica di sempre, quella che ci portava più vicini che mai alla Coppa che mi manca, molto più di una finale, molto di più! Il fischio incerto di un ragazzo che nega a me, a noi, a tutti, che la più incredibile gara di calcio vada avanti, decisa dal gioco, dallo sport, da muove regole di questo mondo incantato.

Dopo cosa ho detto? Perché l’ho detto? Lo rifarei, forse in modo diverso. Ci penserò poi. Ora ho da fare bel altro.

Ricucirò lo strappo di quel fischio e ritornerò da eroe nel mio mondo incantato a lottare fino alla fine, per le ultime vittorie e gioie. Quello che so fare. L’ultima traversata prima di scendere dalla scaletta.

Queste gioie violente hanno fini violente.

Mi sono sempre piaciute le storie. Perché ogni storia, ogni narrazione, nobilitata dalle bugie del racconto, cela in sé verità profonde. Qualcuno racconterà la mia storia, infarcita dalle bugie di un portiere, un campione, un super-eroe invincibile, generoso e perfetto. E che, nel cuore del labirinto, nel centro esatto della sua coscienza, ha riscoperto e rivelato al mondo la sua verità profonda: è umano, troppo umano!
Mi rattrista pensare che sia la mia ultima storia. Mi piace pensare che quando Beethoven, Mozart o Chopin hanno smesso di suonare sono solo diventati musica.

Quando smetterò di giocare, una parte eterna di me diventerà solo Parate e Vittorie. L’altra sarà libera di essere imperfetta e umana, come dopo quel fischio.