L’Ultimo Viaggio di SuperGigi – 50 Sfumature di Gigi

di 2Q18 |

Mi sono eccitato.
Confesso. Due volte.
E non mi vengano a dire gli altri che non gli capita mai, che si è concentrati, nel gesto, nell’esecuzione, nel momento e nella prestazione atletica. Siamo 22-25 maschi sotto gli occhi di milioni di persone e facciamo il nostro lavoro. É ovvio,  è chiaro.
Ma ad Udine mi sono eccitato.

Nel senso pieno di un’euforia competitiva che non mi prendeva da un po’, un entusiasmo bellico e carnale che mi brulicava sotto pelle, e anche sì, quel filo di compenetrazione nei corpi di quelli che avevo davanti a me, i miei compagni, che hanno affondato i tacchetti nell’erba fradicia e hanno retto il colpo, in quelli che hanno corso il doppio, senza sentire i morsi di crampi e tossine, anche in 10, anche tre giorni dopo altre fatiche. Nei corpi come quello forgiato da mille battaglie e altrettante cadute fisiche come Sami, che affonda tre volte le zanne nella carne altrui e in quell’uomo lì davanti, così lontano da me e così vicino sensorialmente, quasi da sentirgli le vibrazioni: Gonzalo.

Qui non siamo mica a parlare di Beckam che si metteva gli slip della moglie sotto i pantaloncini in partita, non parlo di battutacce da spogliatoio, di trivialità maschili. Questa è la atavica eccitazione di un branco di uomini-lupo che vanno alla caccia e alla guerra, in uno scenario multimilionario di uno sport professionistico sotto decine di telecamere e spettatori perfettamente segmentati dal marketing.
Balle.

Io mi sono eccitato e lì, su quell’erba, non c’era nessuno schema e nessun packaging, né i soloni dello sport entertainment. Eravamo io e i miei compagni-lupo. E le cose si complicate quando Mario ci ha lasciati in 10, con un’eternità davanti.

Una maledetta ingiustizia. So che è stato così, anche a 90 metri, altro che VAR. Io vedo il calcio occhi negli occhi, dei miei, dei rivali, vedo la fame, la paura, debolezze e ingiustizie. Sento il calcio attraverso il battito degli altri, quello impazzito di Mandzukic, quello profondo e lento di Pirlo, quello potente di Gonzalo, piantato al centro del nostro attacco, un po’ come Carlitos.

Qualcosa è cambiato. Nello spogliatoio ho detto a tutti che quello era il momento. Dentro o fuori. Riportare tutto a casa o farci franare sotto la terra per le difficoltà e i torti.

Poi è successo quello che è successo. Qualcosa di barbaro e lucido insieme.

Al 2-2 subito, la terra sotto i miei piedi ha tremato. Quando sei in porta, è come se dietro di te avessi il baratro, devi imparare a conviverci. Provate ad allargare la braccia, chiudete gli occhi e lasciatevi cadere indietro, abbandonatevi. Non ci riuscirete, perché la paura di cadere nel vuoto è umanamente insostenibile. Ecco, per un un portiere è un po’ così: braccia allargate e dietro il baratro, e quando prendi un gol sprofondi, all’indietro, nel vuoto. Ora moltiplicate il baratro per i milioni di quelli che farai soffrire con quel gol subito. Come cadere nel vuoto dall’Everest. Col tempo ci convivi. Ma quando hai davanti un branco di lupi feriti e cadi nel baratro subito così, a freddo, ci resti di sasso.

Poi li ho visti quelli davanti a me, freddi come l’acciaio e caldi come lava. Hanno martellato forte e abbattuto le mura friabili delle nostre piccole paure. Ho esultato, tutto di me lo ha fatto. Ci siamo, ci siamo ancora, ci sono!

Poi quei minuti che adoro, quelli dopo le feste coi compagni, in cui resti solo.

I momenti in cui prendi la meteora incandescente della vittoria euforica, la appallottoli fino a farla diventare una gemma lucente e levigata di esperienza e gioia e la introietti. Te ne nutri.

Ti senti sereno e appagato, calmo e sazio. Vai a parlare in TV quasi come non avessi visto demoni, baratri e uomini lupo sotto il diluvio per 100 minuti.

E poi, è questo quello che adoro in questo sport, l’adrenalina si deposita dentro. Spogliatoio della Dacia Arena, dissolvenza. Mi rado, volo a Londra, mi vesto come poche volte durante l’anno, e mi immergo nella vetrina, luccicante e glamour, questo sì. Il premio FIFA Best Goal Keeper. Creato per me. Dalle pulsazioni collettivi sotto il diluvio e i tuffi sull’erba zuppa ad un podio e una platea di campioni, giornalisti e starlettes che aspettano le mie parole, quelle del “miglior portiere di tutti i tempi”. E niente..mi sono eccitato di nuovo…eccomi, vado…ci provo almeno, co st’inglese…

 

 

Urla di vittoria sotto il diluvio. Applausi al galà. Sorrido. Assorbo tutto.

Come un vampiro, divoro sensualmente la mia perla eccitante di vittoria e sono diventato ancora un po’ più eterno.