L’Ultimo Viaggio di SuperGigi – La prima e l’ultima volta

di 2Q18 |

Torna Gigiiiii, torna dietro!!!!

Nel campetto sterrato, il ragazzino urlò invano al suo compagno, invitandolo a tornare in difesa per fronteggiare l’attacco della squadretta rivale. Ma niente. Dopo un rapido scambio contro una difesa scoperta il ragazzino avversario piazzò il Super Santos tra i due zainetti-pali.

Ehhhh, eccomi, eccomi!“. Gigi corricchiava verso i compagni lasciati soli a difendere la porta, passo dinoccolato e un po’ bullo, spalle larghe e ciuffo che scopriva un sorriso beffardo.

 


 

Lo ricordo come fosse ieri, anzi, il ricordo nitido mi è affiorato alla mente come una bolla d’aria nell’acqua proprio mentre Andrea introduceva la mia conferenza stampa d’addio. Non mi piaceva stare dietro, non mi importava dei compagni, volevo primeggiare, dribblare tutti e segnare. A 7-8 anni niente mi dava più gusto. Sentivo l’adrenalina pervadermi quando gli altri cercavano di togliermi la palla, quando sterzavo sull’erba alta o nel terriccio e calciavo forte verso il portiere rivale. Non mi importava della squadra, della difesa, figuriamoci della porta, per me chi stava in porta era lo sfigato, lo scarso del gruppo, solo uno da impallinare.

La voglia di giocare a calcio e sognare ad occhi aperti mi si era impressa dentro ancora prima.

Era sempre estate, avevo 4 anni. Pensavo a calciare la palla contro il muretto del giardino. Ricordo un’esplosione di tutti gli adulti dentro in sala, urla di gioia, salti e abbracci e quella frase ripetuta: CAMPIONI DEL MONDO! CAMPIONI DEL MONDO! CAMPIONI DEL MONDO! I miei erano tutti atleti, ma così pazzi di gioia spontanea non li avevo mai visti.

Mah! Sono tutti pazzi, pensai. Risi di gusto e tornai a far sbattere la palla contro il muretto.

C’è stato poi un giorno preciso, anni dopo, in cui la mia vita è cambiata, e sono diventato ciò che sono: un portiere, un difensore ultimo, un uomo di squadra, un capitano, un mito, uno che non molla e lo fa per gli altri, non per sé stesso.

E’ esattamente il giorno che mi è riesploso dentro facendomi trasalire mentre Andrea parlava di me, della mia carriera, dei miei trofei che sono anche quelli Juve. Un attimo in cui sul mio volto è riapparsa quella strana luce di quel pomeriggio di 30 anni fa. La luce che scendeva su quel campetto, che mi balenava improvvisa negli occhi: l’attimo in cui ho colto il senso pieno del mio destino.

Ragazzi io devo tornare a casa, i miei mi hanno detto di rincasare presto!“. Ne mancava uno quindi, potevamo far giocare Fausto, il ragazzino piccolo, ma a quel punto le squadre sarebbero state squilibrate. “Gigi allora tu vai in porta dai, sei troppo più forte, poi non c’è gusto“. Ero stanco, giocavamo da ore, me ne andai in porta, tra gli zainetti, a riposare.

Quando arrivò il primo tiro teso, con quel pallone arancione che se lo portava via il vento e faceva curve matte, non pensai, non calcolai prima quello che c’era da fare, fu un attimo di possessione ed estraniamento al tempo stesso: mi lanciai senza accorgermene, un tuffo impensabile per un ragazzino di quell’età, dritto per dritto verso l’angolo opposto, con le braccia protese e le mani aperte. Parata! Gli altri ragazzini della mia squadra ebbero un moto di gioia che durò il tempo di una nuova corsa in avanti, altri ancora non ci avevano fatto nemmeno caso.

Io invece rimasi lì, dopo aver calciato il pallone in avanti, basito, scosso ma riempito di una sensazione di potenza e pienezza. Quella che mi avrebbe accompagnata per tutta la vita. Ho parato! Ho difeso la mia porta, ho salvato i miei compagni, la mia squadra. Che incredibile sensazione di sacrificio e gesto eroico, per il bene di tutti. Mi fece sentire immediatamente bene, meglio, un altro, migliore. Un bimbetto alto ed egoista che parava e si sentiva un salvatore, un redentore, un liberatore.

Andare in porta mi aveva aperto gli occhi, allargato gli orizzonti della collegialità, dell’essere parte di un tutto, la parte più importante, l’ultima protezione e la prima costruzione, il primo che spinge la squadra e gli altri amici ad andare avanti e l’ultimo sicurezza, aiuto, salvataggio, l’estremo baluardo. Andare in porta mi ha fatto uomo, mi ha reso più amico degli altri, più buono con chi era leale con me, più onesto con me stesso. Se sbagli, quando sei in porta, tutti perdono, e per questo sei duro con te stesso, perché non ne va solo della tua vita sul campetto, ma di quella di tutti, sei responsabile per tutti.

Quella luce di quel giorno non me la scorderò mai. Ho continuato a giocare in mezzo, davanti, ero anche bravino. Ma mi era rimasta dentro l’emozione primigenia della prima volta in porta.

Poi flash: ho 12 anni ed Ermes mi vede giocare nel Bonascola e mi porta al Parma. Ricordo il tessuto delle divise.

Poi flash: ho 17 anni e Scala mi schiera contro il Milan. Ricordo i compagni preoccupati e increduli.

Poi flash: ho 19 anni e indosso quella maglia azzurra. Quella dei “campioni del mondo, CAMPIONI DEL MONDO!”

Poi flash: ho 23 anni e arrivo alla Juve. La mia famiglia. I miei compagni. Quelli per cui essere un eroe.

Poi flash: ho 28 anni ed alzo al cielo la Coppa del Mondo. I campioni del mondo, siamo noi. Sono io!

Poi flash: ho 34 anni e rivinco lo Scudetto, dopo anni difficili, dopo la B. Dopo essere rimasto, sempre e comunque.

Poi flash: Andrea che mi dà la parola, e io che ripenso a quella luce di quel pomeriggio in pineta, tra gli zainetti.

 

Andare in porta mi ha salvato. Mi ha fatto uomo. Mi ha reso Gigi Buffon. Il migliore, in porta.

La stessa luce l’avrò oggi negli occhi, sotto gli occhi di migliaia di persone allo Stadium e milioni di persone a casa che si emozioneranno e piangeranno con me, perché sarà l’ultima.

Ma non penso a quello, penso alla sensazione che mi darà ancora -e per sempre dentro di me- andare in porta, parare il pallone. La gente a casa, sugli spalti che tira un sospiro di sollievo perché ho parato. E i miei compagni, che non vedrò più, dei quali non sarò più l’eroe e l’ultimo uomo sul campo, che mi guarderanno parare e mi sorrideranno, come i miei amici, come la prima volta.

Sarò felice.