L’ultimo viaggio di SuperGigi / L’Italia, Agnelli, il tempo e la coppola

di 2Q18 |

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L’ultimo viaggio di Gigi Buffon è il diario-racconto, dalla parte del leggendario portiere bianconero, della sua ultima stagione. Giorno dopo giorno, gara dopo gara, sfida dopo sfida. Emozioni, sensazioni, ricordi, speranze, esultanze. E, ancora, sogni. Omaggio di Juventibus.

 

 

Nei ritiri della Nazionale il tempo si cristallizza. Non sei nella tua città, non sei coi tuoi soliti compagni, i tuoi soliti tifosi. Hai solo questo colore addosso -seconda, terza pelle- e intorno a te vedi cambiare, da decenni, chi lo indossa. Mi ringiovanisce. Lo sguardo e l’emozione dei debuttanti è linfa vitale per me.
171 presenze. Record europeo. Lo sapevo. So solo che davanti ora ne ho ancora qualcuno, Al-Deayea di sicuro e poi un paio di tizi messicani, egiziani, boh. Li supererò tutti. E’ il mio destino.

Ci sto pensando tanto. Ci penso ogni volta che leggo “è finito” “è pensionato”, negli ultimi 10 anni avrò letto centinaia di titoli uguali “Non è più quello di una volta, errori clamorosi”. Bla bla bla, poi puntualmente la gara dopo scrivono “Non è finito, ritorna lui, è di nuovo SupeGigi”. La verità è che lo faranno anche con quei due che avevo accanto a Montecarlo, Messi e Ronaldo. Tocca a tutti. I giovani sbagliano perché sono inesperti, i vecchi perché sono finiti, quelli di mezzo hanno altri alibi.

Nei ritiri azzurri c’è tempo per leggerli i giornali. Le pagelle. 4, 4,5. E’ finito! Cos’è la fine? Riuscirò a riconoscerla davvero? Ho sbagliato? Sono indulgente con me stesso? Al contrario, sono troppo autocritico?
L’arroganza e la paura, la paura di fallire forse mi allontanano dall’insegnamento più semplice e significativo: non gira tutto intorno a me. Intanto però dopo Israele vado io a metterci la faccia, a parlare, guardare a testa alta quelli che blaterano, e con una coppola. Sì con una coppola!

 

 

Sono pronto? A finire dico. Non si è mai pronti, nessuno lo è. Però ho scelto io il mio tempo. La fine delle cose è quella che dà significato alla cosa stessa. So da qualche annetto che i miei giorni sono numerati. Lo dico da anni che “non ho più tanto tempo per perdere gare e non lottare per tutti i titoli possibili”. Pensi che ripetendolo sarai pronto, che immaginandola ogni giorno la fine ti sembrerà familiare. Eppure guardatemi. Ritardo ogni momento, scherzo, urlo, mi carico, mi sforzo ogni giorno di più, allungo ogni singolo istante come fossero mille.

Un ritiro dell’Italia ai Mondiali è un fiume di adrenalina che si blocca e scorre, a ondate che ti schiantano. Nel 2006 eravamo isolati, non capivamo bene cosa stava accadendo nelle città. Prima della finale passai ore insonni su youtube a vedere centinaia di video dei nostri nelle piazze dopo la vittoria con la Germania, nelle case, sui divani, le reazioni, avevo i brividi. Io sto facendo tutto ciò, noi. Noi diamo i brividi a tutti, come sempre, come con la Juve, ma ancora di più. Tutti sono con noi. Anche quelli che fino a un mese fa odiavano il calcio malato.

E ora, la mia fine è ai Mondiali. Ancora. Ci arriverò così pronto fisicamente da divorare tutti i miei demoni. E’ quello per cui sono mentalmente programmato, quella è la mia fine, sul campo. E’ il momento che saprò gestire, governare, parare. E’ il dopo che al contrario apre troppi orizzonti, troppe possibilità.

Allenare, come Antonio, come Didier, come Paulo, come Rino, come Pippo o meglio, come Zoff. Forse commentare. Viaggiare, essere ambasciatori di qualcosa di grande e bello nel mondo, imparare. Dirigere. Presiedere.
Ho letto le parole di Andrea, quella parte su Rummenigge “mi ha ispirato e migliorato, come uomo e come dirigente”. Un calciatore che migliora un Agnelli. E’ quello che voglio. Ispirare, migliorare, guidare, è una cosa che mi riempie il futuro, molto di più che tramandare tecnica.

Il tempo è un insulto. Sarà la fine di un Buffon e l’inizio di un’altra vita. Tutto invecchia, tutto muore. Ma è questo momento, questa stagione che sto vivendo che va oltre la dimensione temporale. Il tempo è il nostro nemico, non lo è il male, non lo sono le pagelle, le critiche offensive e irrispettose o i soliti cliché. E’ il tempo che uccide tutto e ci rende schiavi. Ovviamente me ne accorgo solo ora.

E qual è lo scopo, il fine di tutto questo? Dare gioia e immergersi in emozioni e brividi? E poi?
Ispirare, migliorare, sé stessi e gli altri. Guidare.
Ecco. Sì, mi piace. Suona bene. Poi.

Certo, non potrò più indossare una coppola. O forse sì?