L’ultimo viaggio di SuperGigi / Che cos’è l’ambizione

di 2Q18 |

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L’ultimo viaggio di Gigi Buffon è il diario-racconto, dalla parte del leggendario portiere bianconero, della sua ultima stagione. Giorno dopo giorno, gara dopo gara, sfida dopo sfida. Emozioni, sensazioni, ricordi, speranze, esultanze. E, ancora, sogni. Omaggio di Juventibus.

 

 

Sono state settimane strane. La polemica tra Ila e il Milan, la partita decisiva con la Spagna che si avvicina e la testa necessariamente alla Juve. Dopo tanti anni ci sono abituato, ma non sarò mai abbastanza preparato a dividere i miei pensieri su così tanti fronti. Essere pronto. Una condizione che conosco e non conosco a fasi alterne. C’è stato un tempo, una vita fa, che non ero pronto a niente, ora sono pronto a tutto. Eppure sono la stessa persona, solo più vecchio.

In questi giorni mi sono chiesto spesso cosa fa di me il più grande portiere al mondo. È diventata una specie di ossessione, forse per staccare il pensiero dalle partite decisive, quelle che ancora mi mordono lo stomaco prima di entrare in campo.

Ogni partita giocata è una in meno che mi separa dall’ultima. Se pensi alla vita in termini di giorni non riesci a vedere la fine, perché va troppo oltre alle possibilità dell’immaginazione. Se invece la guardi come il numero di Natali che restano, allora cambia la prospettiva. Diventa un numero finito, limitato.

Mi sembra di avere un cazzo di countdown piantato davanti agli occhi. E mi dà fastidio, perché non mi fa vedere le cose nella giusta maniera. Da dove vengo, dove vado. Carrara, Parma, Torino. Manchester, Cardiff, Kiev? Berlino e ancora Berlino, nel bene e nel male. Tutto quello che sono è racchiuso lì. Nomi di città, centimetri di esperienza. E’ quello che mi rende il numero uno. E mi fa vivere il presente come una condizione permanente di grandezza. Da gigante.

Attaccala Gigi. Occhio ai piedi. Piantati a terra. Posizione. Taglia. Anticipa. I pali. Posizione. Stacco. Posizione. Stacco. Bravo. Bravo. Bravo. E mille altre volte ancora. Da sempre. Allenamento dopo allenamento. Ed è un pensiero anomalo sapere che un giorno non toccherà più a me, ma a qualcuno più giovane.

L’altra sera riguardavo l’Uomo Bicentenario. Mi sono commosso. Mi sono immedesimato per tutte le volte che mi hanno dato dell’extraterrestre. Non lo sono, cazzo. Sono umano. Sono in grado di ispirarmi, prendere decisioni, stare zitto o parlare. Ho sempre detto quello che pensavo. E sulla Var dico solo una cosa: solo gli stupidi non cambiano mai idea, ma adesso basta, abbiamo una partita da vincere. Il resto non conta.

Come sempre sarò in grado di sbalordire, oppure sbagliare. Come tutti. In maniera plateale o clandestina. Sempre sotto ai riflettori sono e sempre lo sarò. Condanna, ma anche esaltazione. Non so nemmeno che mi succede. Sarà ‘sta finitezza. Oppure l’idea che mi procura vergogna: quella di finire nei libri di storia.

Quando ero giovane ero un ragazzino smargiasso, senza peli sulla lingua o sul petto. Una maglietta di Superman, i capelli finti disordinati tenuti su con un cerchietto e un’aria di sfida costante. Una miccia sempre pronta tra le mani. Poi ho capito che i miei sentimenti dovevano essere più cauti, come un amore conservato gelosamente, non come un accumulo di gesti scomposti allo spasmo.

Ho voluto essere il numero uno e lo sono diventato. Stai attento a cosa desideri, mi dicevano. Ma non mi è mai importato nulla di quello che dicevano. Mi hanno sempre detto di guardare me prima di tutto. Io mi guardo. E vedo un uomo. Un uomo, però, a un certo punto dice basta. Deve farlo. E allora chi verrà. Alex? Gigio? Wojciech può andar bene alla Juve, ma la Nazionale. C’è la Juve, ma c’è anche quest’altra parte della Luna.

Un amico una volta mi ha detto qualcosa del tipo che l’ambizione è un rifugio per chi sente che sta fallendo. Quell’amico non l’ho più sentito. Dal 2006. C’è un motivo. Il motivo è anche quella Coppa, l’altra, che ora sembra così distante, ma anche molto vicina. Quando tutto è ancora in ballo, il bello è ballare. Anche se sei caduto.

E’ il gioco. Anche se hai vissuto momenti assurdi, periodi sbandati e balordi, di profonda solitudine. Mi sono goduto quelle ore, i momenti, anche quelli precedenti il disastro. Ho imparato una cosa da quell’amico. Stare su come la Gru.