L’ultimo tango di Gonzalo Higuain

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Antonio Maria Borello, avvocato penalista e di diritto sportivo

Questa potrebbe essere l’ultima stagione alla Juventus di Gonzalo Higuain. Il contratto del giocatore scadrà nel 2021 ma, da quanto si apprende, il rapporto con la Juventus potrebbe non durare ancora a lungo. Da una parte ci sono gli interessi, legittimi, della società, che sembra orientata a cedere l’argentino al termine della stagione. Dall’altra parte ci sono i pensieri silenziosi di un calciatore che sembra voler ritornare a giocare in Argentina, nel River Plate. Tornare a casa, dove tutto è iniziato, dove c’è la sua famiglia e soprattutto la madre Nancy. Potrebbe essere un nuovo inizio per Higuain, un tracciare una linea all’indietro, immaginare il futuro nel passato. Un’ occasione per ritrovarsi, prima come uomo e solo poi come calciatore. Non so se questo succederà nel breve o nel lungo periodo. Mi piace pensare che la voglia di tornare a casa possa essere più forte degli ingaggi e degli interessi di carriera. Posso dirvi, però, che di questo Higuain, mi ha sempre colpito l’estrema sensibilità che l’ha portato, spesso, a crollare psicologicamente ad un passo dal successo, soprattutto in campo internazionale. Una maledetta costante.

Calciare l’attimo ed essere finalmente decisivo: questo fa un fuoriclasse e questo ci si è sempre aspettati da lui. La sensibilità è un dono, ma nel calcio, a volte, viene vista come un ostacolo. Molte storie hanno una loro colonna sonora, talvolta è l’eco dei suoni che già abbiamo dentro. Se potessi sceglierne una per descrivere il momento di Gonzalo Higuain non avrei dubbi: Volver “ritornare”, di Carlos Gardel, il più grande interprete del tango cantato. Una suggestione, un’esigenza, uno stato d’animo. A volte ti prende d’improvviso, in un giorno come tanti, altre volte allenta la presa, come una mano che lentamente si schiude. Un’ avvolgente nostalgia. L’intima voglia di fare un passo indietro, al primo amore, al primo posto, qualunque esso sia, in cui ci si è sentiti se stessi.

Una profonda fragilità. Il timore di non essere compresi, la voglia di urlare a gola spiegata il diritto di fallire. E’ il contrasto tra l’idea di sé, che intimamente conosciamo, e l’idea di sé che ci siamo lasciati costruire addosso. Penso che l’uomo Higuain abbia sofferto, soprattutto sui palcoscenici più prestigiosi, quando avrebbe dovuto “fare la differenza”. Invece sguardo smarrito, testa bassa, braccia allargate in segno di resa. Quasi a far da cornice a una prestazione qualsiasi. Ed eccola lì: la frustrazione di chi arriva stanco al traguardo; di chi ha quasi paura di essere un vincente. Ma sappiamo che son tanti i modi per esserlo. Se fosse per lui, forse, a quest’ora avrebbe già chiuso col calcio, dopo la finale mondiale persa in Brasile con la maglia dell’albiceleste.

A farlo desistere ci pensò la madre Nancy. Il rapporto che li lega è viscerale, come più spesso dichiarato dallo stesso giocatore “amo il calcio, ma amo di più lei”. Ora è tornato in Argentina per starle accanto, perché lei ora ha bisogno di lui e viceversa. Forse, o così mi piace pensare, è il motivo per cui Higuain, assecondando il dolce pensiero del volver, deciderà di porre fine al suo peregrinare e finalmente tornare a casa. Là dove tornerà ad essere figlio e non calciatore. Là dove le fragilità sembrano pesare meno. Perché, come canta Gardel: “il viaggiatore che fugge prima o poi arresta il suo andare”. E allora, se così sarà, buon ritorno, Gonzalo.


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