L'ultima Italia di Conte. Una questione di scelte da rispettare

di Claudio Pellecchia |

Dunque Buffon, De Sciglio, Chiellini, Darmian, Ogbonna, Candreva, Zaza, Florenzi, Pellé, Motta, Immobile, Sirigu, Marchetti, Sturaro, Barzagli, De Rossi, Eder, Parolo, Bonucci, Insigne, Bernardeschi, El Shaarawy, Giaccherini. Sono loro i 23 scelti da Conte per affrontare l’Europeo di Francia. Nelle condizioni peggiori possibili. Perché se alla Nazionale storicamente più povera di talento degli ultimi anta anni, aggiungete la tendenza all’ “io farei meglio di quello lì” degli altri 56 milioni di commissari tecnici mancati, avrete una vaga idea di ciò che si troverà ad affrontare l’ex allenatore della Juve in quest’ultima sua parentesi in azzurro.

Ci sarebbero tante (troppe?) considerazioni da fare, diverse ma uguali, eppure tutte avvolte da un unico filo conduttore. Antonio Conte, nel suo essere allenatore e non mero selezionatore (dettaglio che avrebbe dovuto considerare chi lo ha messo lì), ha fatto l’unica cosa che poteva fare: affidarsi a un gruppo di giocatori che ritiene funzionali alla sua attuale idea di calcio, al netto della pochezza del materiale umano a lui non imputabile. Anzi questa è la conditio sine qua non per soppesare le ragioni di chi va e chi resta: in un 3-5-2 muscolare, incardinato su 4/5 movimenti di squadra di base, non c’è posto per anarchici di talento o meteore da mezza stagione buona e via. Laddove non si può competere con il talento e la tecnica sopraffina, ci si arriva con la solidità e la compattezza collettiva.

E quindi ecco perché Sturaro e non Bonaventura, Zaza e non Gabbiadini, Pellè e non Pavoletti, Ogbonna e non Rugani, Thiago Motta e non Jorginho. Scelte discusse e discutibili, in virtù del fatto che, in alcuni casi, gli esclusi hanno disputato una stagione migliore di chi è nella lista definitiva. Ma che dovevano essere accettate fin dal momento in cui si è deciso di fare questo percorso con un allenatore integralista (non necessariamente nell’accezione negativa del termine) e che non ha mai fatto mistero di anteporre gruppo, schemi e collettivo a improvvisazione e talento.

“Se naufragio deve essere, naufragherò con il mio sistema” è l’idea di Conte. Semplice e da rispettare fino all’ultimo minuto dell’ultima partita in cui sarà lui a decidere chi gioca e chi no. Poi si apriranno i soliti dibattiti e processi sullo stato delle cose del nostro calcio che lasciano il tempo che trovano. In caso di risultato negativo, ovviamente. Perché, altrimenti, saremmo davvero curiosi di vedere come proveranno a trovare spazio sul carro quelli che adesso giocano a fare i ct, senza esserlo.

E, magari, un motivo c’è anche per questo.