Lukaku e quel provincialismo da abbandonare

di Claudio Pellecchia |

Doverosa premessa:

Sono tra quelli che non penserebbe a Romelu Lukaku – nemmeno nella sua versione migliore, vista all’Everton – come centravanti ideale della prima Juventus di Sarri.

Tanto più in conseguenza di uno scambio con Paulo Dybala, in funzione di una valutazione che tutto sembra tranne che tecnica. Non serve ripetere pappagallescamente “lasciamo lavorare chi ne sa”: nessuno ritiene che Fabio Paratici non sappia ciò che sta facendo. È l’opposto: siamo tutti perfettamente consci che, proprio perché Paratici sa quello che fa (e/o quello che deve fare in considerazione di un bilancio pronto a stroncare i voli pindarici della narrazione mercatara), questo scambio con il Manchester United – e, prima ancora, la cessione di Moise Kean all’Everton e, forse, di Cancelo chissà dove, chissà a chi – a tutto ubbidisce tranne che alla logica del campo.

Che poi, alla fine, in una versione romantica e ingenua delle cose, dovrebbe essere l’unica che conta perché in campo a fare gol, cross e assist non ci va il top player “plusvalenza” ma i Dybala, i Cancelo e i Kean. Sempre che, di mezzo, non ci siano precedenti rinnovi a cifre fuori mercato a giocatori fuori dal progetto difficilmente piazzabili: a quel punto il campo e la visione di Sarri passa in secondo piano e vendere “chi ha mercato” diventa corollario indefettibile del “sanno quello che fanno“.

Detto questo, tra le altre e molteplici chiavi di lettura dell’eventuale arrivo di Lukaku ce n’è una da evitare a tutti i cosi, l’unica fuori dal mondo e dal tempo: quella sintetizzata nella frase “Godo perché facciamo un dispetto all’Inter” – e, di riflesso, a Conte. È come il guacamole sulla relativa cultura sportiva del fu Belpaese che non manca mai. 

Mi rendo conto di come parte della tifoseria juventina non riesca ad andare oltre quei provincialismi che, spesso, vengono contestati ai tifosi delle altre squadre. Provincialismi che, in altri modi, ambiti e con altri mezzi, Agnelli sta cercando di estirpare costruendo, con le difficoltà di cui sopra, in campo e fuori una squadra con una dimensione diversa e ulteriore rispetto all’orticello di casa nostra.

Continua a stupirmi, e non dovrebbe, come e quanto i tifosi di un club che ambisce a entrare stabilmente nella top 10 (per non dire top 5) europea, filtrino l’analisi e la valutazione di certe dinamiche unicamente attraverso la lente della sopraffazione ulteriore di chi è già stato sopraffatto e sta faticando non poco anche solo per attestarsi come una competitor credibile sul medio-lungo periodo, in un discorso che vale anche per le altre “sette sorelle” in disgrazia e che ha una significativa eccezione in un Napoli che, almeno, ha fatto seguire i fatti alle parole. 

In parole povere, anzi poverissime: Lukaku non è, non sarebbe un acquisto di cui godere perché si fa il dispetto all’Inter, ma un’operazione la cui bontà tecnica ed economica potrà essere compresa solo tra qualche tempo e, comunque, per motivi che esulano da queste beghe da barsport da cui sarebbe bene affrancarsi. Altrimenti si è sullo stesso livello del #juvebeffata che tanto fa (e ci fa) ridere. Allo stesso modo, l’idea che si debba vincere il campionato – e il conseguente terrore collegato all’ipotesi di perderlo- per tacitare i vari “giornalisti tifosi” (che, nel loro non saper raccontare il gioco, non posso far altro che aizzare le loro improbabili fanzine) o per poter continuare a prendere in giro i colleghi che al lavoro dicono “la Juve ruba”, non rende giustizia a ciò che la Juve stessa sta cercando di diventare.

Anche il prevedibile e inevitabile riferimento alle vendette post-Calciopoli – altro fantasma, alla stregua dello spauracchio Maifredi, di ere geologiche che sarebbe opportuno seppellire. Non foss’altro perché si tratta di un libro che nessuna delle parti in causa ha intenzione di (ri)aprire seriamente – che già vedo stagliarsi all’orizzonte, mi e vi dico: comprendo perfettamente che quel periodo abbia generato la voglia di infierire sul nemico che “ci hanno fatto quello che ci hanno fatto”. Ma vi invito anche a considerare come questa visione sia notevolmente sottostimante anche, se non soprattutto, per il modo in cui la Juventus stessa sia riuscita a risalire da quel baratro, attestandosi su una posizione tecnicamente e finanziariamente egemonica, in una misura sconosciuta (e, per certi versi, superiore) persino per quell’epoca.

Oggi, per fortuna, le priorità e, quindi, le rivali (nel senso sportivo e non solo) della Juventus sono diverse, devono essere diverse. Sarebbe il caso perciò di cominciare a ragionare anche noi con canoni diversi, che si tratti di calcio giocato o di calciomercato. Mi rendo conto che si tratta di una opinion abbastanza unpopular ma, a quanto pare, è periodo. Proprio come per le plusvalenze.