La Locura di Douglas Costa

di Dario Pergolizzi |

douglas costa

Un brasiliano-siluro-dribblomane che finalmente mette d’accordo tutti, decide le partite della vita e svolta le stagioni, travolto anche dalla passione e dal senso di appartenenza extra-campo. Nonostante questo sia stato indubbiamente il suo anno, oggi è sorprendente vedere Douglas Costa così acceso e capopopolo. La sua integrazione, più che tattica, è stata umana. Sebbene sia la spiegazione più quotata sulla sua parabola, Costa non ha svoltato imparando a difendere: se andassimo ad analizzare il suo apporto in fase di recupero del pallone ci accorgeremmo che in realtà non ha fatto niente più dell’appena sufficiente, perchè i suoi contributi portanti sono stati ben altri.

La sua definitiva consacrazione è stata a livello interattivo con l’ambiente, dal punto di vista umano. Arrivato senza saper spiccicare mezza parola in italiano, si esprime prevalentemente in spagnolo e lega soprattutto con la frangia sudamericana dello spogliatoio, conquistata anche attraverso l’umiltà con cui si è messo in discussione fin dal primo giorno, oltre che con l’apporto tecnico. Perché la verticalità con cui Costa pensa il calcio è la migliore amica degli Higuain, dei Dybala, della gente che percepisce la sfida del gioco soprattutto in maniera frontale ed offensiva, pur mettendoci poi il giusto impegno e sacrificio anche dal punto di vista difensivo. Douglas sposta a livello concettuale il tipo di possesso, diventando centrale nello sviluppo della manovra ma senza mai esasperare il consolidamento della stessa, perchè ogni neurone sta già pensando a come portare a termine l’azione nel minor tempo e con più qualità possibili.

Questo atteggiamento scompagina l’avversario ed esalta e stimola i compagni, allo stesso modo in cui le celebri scivolate e rincorse di Mandzukic potevano essere fonte di ispirazione nell’altro senso durante la scorsa stagione. Sono relativamente lontani i tempi delle assurde critiche sulla sua presunta eccessiva velocità slegata dal contesto che forzava la squadra ad un atteggiamento contronatura. Douglas Costa è stato la miglior arma d’attacco di una squadra che non sarà stata forse la più offensivamente produttiva in termini quantitativi, ma lo è stata per cinismo e qualità di realizzazione. E questo passa senza dubbio alcuno dal suo tipo di approccio, dalla capacità di poter mettere palloni letali sulla testa o sul piede di chi c’è sul secondo o sul primo palo; dalla trequarti o dal fondo, entrando in area o rimanendo fuori. Anche quando il tempo a disposizione per incidere era ridotto agli scampoli finali di una partita tutta in salita, lui si è fatto carico di tutto. Douglas mette in apprensione l’avversario anche solo con la sua presenza in campo. Questo è un impatto mentale colossale per la realtà italiana, ormai così poco abituata a dover fronteggiare fenomeni capaci di creare una superiorità qualitativa in ogni duello, si-ste-ma-ti-ca-men-te.

E quindi, dopo averci regalato questo upgrade lisergico sul campo, cos’altro può fare Douglas Costa per far godere e conquistare anche il tifoso più puro, che guarda alla pancia, ai trofei ed allo sfottò verso l’avversario? Douglas diventa tifoso anche lui, al di là delle polemicucce da social. Si accende e celebra come l’ultimo dei senatori italiani, come uno dello zoccolo duro, come chi si sente davvero protagonista.

E qui occorrebbe fermarsi e tentare di capire se è l’enfasi del momento, se è un sentimento profondo e sincero o solo una celebrazione folle da caliente latinoamericano o se veramente in Douglas Costa si sta radicando un anacronistico ed impronosticabile juventinismo duro e puro, che magari può spingere gli stessi tifosi a rimettere in discussione i canoni della bellezza e dell’esaltazione standard che prima hanno provato principalmente per trascinatori di tipo diverso, come i Vidal o i Mandzukic. Ha davvero senso domandarselo? Forse sarebbe più bello e poetico rimanere col dubbio, godersi il momento e l’eccezionalità della connessione.

Per chi lo ha scoperto solo quest’anno sarà forse strano leggerlo, ma questo non è certamente stato il miglior Douglas Costa di sempre, in termini soprattutto di ottimizzazione. Siamo però davanti ad una stagione in cui lui stesso si è sentito “più fondamentale, trascinatore e un po’ prima donna come mai nella sua carriera” (citazione dell’amico @ilbellamy) e magari è stato proprio questo a gasarlo e non farlo deprimere, a stimolarlo e non abbatterlo. Tutto senza mai rinunciare a nessuno dei suoi colpi, delle sue intuizioni, delle sue fantasie perverse di umiliazione dell’avversario, alla sua locura. Douglas Costa si è preso la sua Juventus, e lo ha fatto convincendo tutti: tifosi, compagni, allenatore, dirigenza, media. Senza scendere a compromessi, la notizia è questa. L’integrazione incredibilmente riuscita  tra Douglas e la Juve può contribuire ad abbattere preconcetti e preoccupazioni ataviche verso questo tipo di calciatore e aprire le porte ad altri investimenti del genere in futuro.