Il mio scudetto più difficile

di Nevio Capella |

Se penso al numero 9, la prima cosa che mi viene in mente sono gli anni che ho dovuto aspettare per tornare a vedere la mia juventus campione d’Italia, intanto che da bambino, nel 1986, ero diventato quasi uomo, nel 1995.
Nove anni, un’eternità, trascorsi a vedere vincere gli avversari.
E’ così che riesco a misurare l’entità del dramma di chi invece da nove anni non solo finisce la stagione a mani vuote, ma vede vincere sistematicamente un solo avversario, sempre lo stesso, il più odiato storicamente.

Se guardo al nostro nono scudetto consecutivo è probabilmente questo l’aspetto che mi entusiasma maggiormente, rappresentato da quella felicità che tracima diventando quasi superbia sprezzante, come a voler rispondere nell’unico modo in cui siamo capaci, vincere, all’astio che ormai giornalmente ci riversano addosso.
Per il resto la mia stagione calcistica è stata travagliata, a partire dalla mutazione genetica della maglia da gioco, con le strisce accantonate, seppur temporaneamente, per far spazio ad un mix mal riuscito tra la divisa di un fantino e un gelato bigusto.
Poi il cambio di allenatore, vissuto con dispiacere e malinconia per quanto concerne quello in uscita, del quale ho imparato progressivamente in cinque anni ad apprezzare le capacità e riconoscere i meriti, e con disappunto quando è stato il momento di scoprire il nome di quello in arrivo.
In mezzo, la tempesta inaspettata del covid che ha reso tutto diverso e unico, lasciandoci per tre lunghissimi mesi senza il nostro sfogo preferito e riportandoci, quando è stata ora, ad una realtà virtuale non so ancora quanto attendibile.
Insomma credo davvero che questo appena vinto sia lo scudetto più difficile di questa serie, come hanno detto in tanti ieri sera, tra cui il capitano Leo Bonucci.

Eppure siamo riusciti a sollevare la coppa del tricolore anche quest’anno, e il mio primo pensiero è proprio per quel mister che ho fatto tanta fatica ad accettare, che ho provato nel corso dei mesi a comprendere e, se serviva, giustificare.
Un allenatore di cui credo che non sarò mai sostenitore convinto, ma che merita comunque il mio, il nostro applauso per la dedizione che ha messo in questa sua nuova avventura, per il modo in cui ha provato (non sempre riuscendoci) a smussare i propri spigoli per avvicinarsi il più possibile ad un mondo da cui era palesemente lontano e in buona parte osteggiato.
Quella corsa negli spogliatoi dove presumo sia andato a godersi in solitario (o al massimo in compagnia dell’amata sigaretta) un momento atteso una vita, il sorso dalla bottiglia di champagne e finalmente un sorriso mi hanno fatto infine empatizzare con lui, cogliendo un lato umano, che poi alla fine è quello che conta di più.
La stessa gratitudine va naturalmente ai protagonisti principali, quei calciatori che vanno ringraziati e sostenuti sempre, dal primo all’ultimo, per il solo fatto di difendere il nostro nome, anche per un solo minuto a partita.
E quando dico tutti intendo anche quelli che hanno un po’ deluso le nostre aspettative, quelli che ad ognuno di noi piacciono meno, quelli che saluteranno la truppa, più o meno giustamente.
Non dimentico la dirigenza, che ha avuto il coraggio di osare e che in ogni caso non potrà essere giudicata in maniera completa proprio a causa delle svariate anomalie con cui sono stati assegnati i trofei nelle manifestazioni a cui abbiamo partecipato: ci sarà sempre una scusante per i passi falsi e qualche piccola considerazione riduttiva per le vittorie, ma alla fine continuo a vedere una juve che guarda sempre avanti, spesso arrivando prima degli altri, e che merita la nostra piena fiducia.

Infine ci siamo noi, i tifosi, quelli che grazie al progresso e alla tecnologia sono riusciti ad avere sempre più spazio e visibilità per la diffusione delle proprie opinioni, a scapito dei media che con il passare del tempo hanno perso il monopolio (colpa di telegram? non credo proprio…) assistendo inermi alla trasformazione che ha spostato in gran parte le discussioni calcistiche dalla carta stampata e dai salotti televisivi ai social e ai canali video.
E qua a mio parere arrivano le note dolenti, con complimenti e ringraziamenti che cedono il posto a constatazioni amare, perché nel corso di questi nove anni ho avuto la percezione netta che la nostra tifoseria si sia clamorosamente evoluta, in peggio.
La pazienza, innanzitutto, è andata riducendosi col tempo fino a quasi scomparire per far posto ad intolleranza e insofferenza, e in alcuni momenti al rancore.
Stessa cosa, anche se con una curva uguale e contraria, è successa con l’aumento spaventoso di quell’odiosa saccenza con cui ormai chiunque pensa di poter insegnare a Paratici come si fa mercato, ad Agnelli come si dirige una società, a Sarri come si fa l’allenatore o al calciatore di turno come si difende o come si fa gol.
Lo so, starete pensando che non sono grandi novità perché storicamente allo stadio si è sempre tirato un bonario accidente quando quel calciatore sbagliava il tiro o l’allenatore faceva una sostituzione che non ci piaceva, e così al bar ognuno di noi ha avuto il suo momento di celebrità in cui pensava di poter fare mercato per conto dei dirigenti.
Ma non è la stessa cosa.

Oggi siamo arrivati al punto in cui è possibile, purtroppo, leggere che qualcuno augura infortuni al giocatore X pur di non vederlo più in campo, qualcun altro insulta con epiteti deprimenti il giocatore Y perché ha sbagliato un intervento mangiandosi un gol o causandone uno avversario, e poco importa se l’oggetto degli strali furenti è un nuovo arrivato, un titolare, una bandiera, o addirittura il giocatore che indossa la fascia di  capitano.
Oggi si legge tutto e il contrario di tutto, si assiste agli imbarazzanti svolazzi con cui si cambia idea repentinamente su ogni cosa in nome della visibilità, con lo scopo di creare discussione, liti e diverbi vari, in nome di quello che in gergo moderno si chiama “flame”.
Fa nulla se per avere visualizzazioni, followers e in alcuni casi compensi, devi dire quello che non pensi o devi esprimerti sempre in un certo modo.
Questo è l’aspetto che mi piace meno di ogni altro, maglia da fantino compresa, e che mi fa temere che in futuro possa essere minata la voglia di seguire il carrozzone di una tifoseria sempre più divisa, in una lotta perenne e feroce che troppo spesso ci fa dimenticare quello che sarebbe l’obiettivo comune.

Ma ciò che conta e che stamattina mi ha fatto svegliare felice, con un sorriso ebete stampato in viso, è che siamo ancora una volta Campioni d’Italia, nonostante tutto.
Forza juve.