Lo Scudetto del VAR, delle scuse e del Mito

Siamo noooi siamo noooi i campioni dell’Italia siamo noi!”!

Colonna sonora di un film, in bianconero, in cui, seppur cambiati quasi tutti gli attori in sette anni, prima dei titoli di coda c’è il solito finale trionfante.

Ma anche “Oh oh oh oh, abbiamo un sogno nel cuore, e tu non devi mollare...”

L’altra colonna sonora di mezza Italia che ha dato quella spinta mentale in più per rovesciare una stagione al cardiopalma, con quell’alone di fatale disfatta, alimentata da un Napoli battagliero e da un “contesto sociale” che voleva cambiare la storia.

Tutta una stagione vissuta “fino alla fine”, come quei minuti finali di San Siro, sull’orlo del baratro, e poi la botta al campionato e la botta psicologica ad un Napoli che passava invece da un film all’altro fino ad un “Mamma, ho perso lo Scudetto in un albergo”.

7 gli scudetti di fila, 4 i double del ciclo Allegri, 5 i motivi per cui tutto ciò è epico:

1) Lo Scudetto del VAR

Il settimo sigillo arriva nel primo anno del VAR, l’ agognato strumento di giustizia che avrebbe reso più trasparente il torneo, tacitato le polemiche e ovviamente messo fine a chi godeva degli errori arbitrali. L’inizio di un’era nuova, con i 2 rigori VAR contro fischiati alla Juve nelle prime due giornate (ma già lì le polemiche erano per il “fallo di mano di Dybala” e per l’altro rigore VAR Juve contro il Genoa. Poi solito finale: il VAR è meraviglioso anche quando sbaglia (vedi Udinese-Juve), il VAR va spiegato meglio quando Mertens segna con mezza scarpa in offside, e infine il VAR non serve a nulla, rubano lo stesso o ci sono arbitri NoVAR. Alibi 2.0 in epoca VAR.

2) Lo Scudetto dei brutti

Come il primo, anche l’ultimo Scudetto ha il sapore della rivalsa e di quell’orgoglio troppe volte punzecchiato da giornalisti parziali, presidenti pagliacci e rivali che parlano di finali perse senza averne mai giocata una. Nonostante la Juve vanti la miglior differenza reti, il secondo miglior attacco e la miglior difesa (23 gol subiti, 22 clean sheet), piove un oceano di critiche al pragmatismo Allegriano, con analisti TV ed immaginario popolare che elogia il belgioco del Napoli, trascurando il fatto che proprio Sarri e i suoi sono stati in gioco quasi fino alla fine proprio per la maggior cattiveria e gestione rispetto agli anni scorsi.

3) Lo Scudetto degli hashtag

Innanzitutto #Sarrismo , l’elogio del “Mister Europa”, che esce in 2 coppe europee in un anno, mica come Allegri che disputa 2 finali (lì vale il #FinoAlConfine).  Poi si è passati ai #mertensacrotone e #mertensabergamo , con l’ironia napoletana sugli errori a favore, gli stessi che avrebbero schiumato rabbia #ConPianicEspulso. Ma i social sul calcio uniscono la plebe e le autorità, col classico populismo di De Magistris ed il suo “ci ripigliamm tutt chell che è nostro!”.

4) Lo Scudetto delle scuse

Maurizio Sarri, tanto bravo sul campo quanto magistrale nello snocciolare alibi e scuse, aveva già negli anni scorsi snocciolato un infinito rosario di scusanti: pallone, penombra, fatturato, calendario, giochiamo sempre prima, giochiamo sempre dopo, ma si è superato nel finale di stagione col celeberrimo “Scudetto perso in albergo”. Pazienza se il Napoli, nel momento clou e con un solo impegno da onorare, dalla gara contro la Roma a quella contro il Torino rimedia 4 pareggi (Inter, Milan, Sassuolo, Torino), 2 KO (Roma, Fiorentina) e vittorie risicatissime (Genoa, Chievo, Bologna) con una media punti da Spal o Crotone. Ci si dimentica invece che al contrario, nonostante il triplo impegno la Juv ele vince tutte, pareggiando solo proprio con Spal e Crotone. Molto più facile nascondersi dietro Pjanic e la mazzata psicologica. Un alibi che salva il Napoli da una stagione decisamente logorante anche per i propri giocatori, col peso inedito di un testa a testa e con la responsabilità di fuochi d’artificio già esplosi e festa scudetto già pianificata.

5) Lo Scudetto del mito

Abbiamo scritto la HI5STORY, siamo entrati nella LE6END e ora nel MY7H. E il mito ha sempre il coefficiente di difficoltà più alto, per il testa a testa, per il logorio di molti, per quella mazzata psicologica (quella sì, vissuta sulla propria bella) di un’impresa sfiorata al Bernabeu, con una sensazione di impotenza e frustrazione devastante, pochi mesi dopo la finale di Cardiff.  E’ il più bello perché, come disse qualcuno “vincere non è bello come è brutto perdere” e un’ulteriore KO, in Italia, dopo quelli Europei ad un passo dal sogno, sarebbe stato devastante e beffardo, per un ciclo di uomini per cui la vittoria è una ragione di vita.

Ora festa, poi testa all’Ottavo. Come sempre.

 

di Federica Marzano