Sarri e quel tifoso Juve che non sa perdere (per fortuna)

di Sandro Scarpa |

La Juve ha perso. Male. Proprio quando c’era da sprintare ed allungare, da continuare la crescita e dimostrare che questa squadra, oltre che -a volte- bella è anche vincente, nel senso pieno del termine.

Oltre ad un’involuzione tecnico-tattica evidente (ritorno al tridente che “esige” Matuidi, dopo 3 gare giocate con gli stessi 11; errori tecnici e tattici nei gol subiti; imbottigliamento tipico contro chi fa densità centrale), il San Paolo ha riproposto quella “paure” sotterranea che a volte attanaglia l’ambiente quando si pensa a Sarri: l’aspetto mentale, la Juve che non sa vincere quando non riesce a giocare.

Le parole –oneste, troppo oneste– di Sarri, “mentalità blanda, squadra sazia, difficile motivarla“, sono un colpo al cuore peggiore del cross di Matuidi per Insigne o della mezza papera di Szczesny.

Il dubbio è sul Sarri “motivatore”, dubbio su una squadra in “evoluzione” che a volte non segue il mister, si abbassa, lancia lungo, giochicchia, non pressa alta. Il dubbio è sul Sarri che non “legge” e anticipa quei segnali psico-fisici e schiera il tridente in casa di una squadra iper-carica che ci concede il primo tiro al 87° e ci buca con sole due ripartenze. Il dubbio è sulla capacità di Sarri di anteporre la vittoria al suo credo, di ri-adattarsi in modo più furbo e speculativo, in gare in cui “mentalmente” (appunto) non riusciamo a dare linfa al “Sarrismo” Juventino.

Questi dubbi mentali (e sulla rosa, ma lì si passa a Paratici…) escono fuori alla prima vittoria striminzita, ed esplodono dopo i KO. C’è una certa intolleranza per Sarri, per il passato da “perdente” (come se non avesse fatto miracoli con le sue squadre) e da figura “anti-juventina” che se la squadra vince di “horto muso” molti prendono in giro “Il Maestro” e appena si perde (2 su 21 in A, 3 su 31 in stagione), moltissimi ne invocano la cacciata.

Figuriamoci poi se, nel culmine di quel delirio che invade il tifoso Juventino in questi anni dopo una (rara) sconfitta, Sarri è onesto –improvvidamente onesto– e se anche gli girano i coglioni, cede alla domanda e dice “se proprio devo perdere almeno mi fa piacere per i ragazzi del Napoli che si riprendono, anche se preferivo dalla settimana successiva“.

Lo Juventino è fatto così, non puoi perdere, non puoi parlare della sconfitta, non puoi dire “purtroppo veniamo da anni di vittorie, difficile imporre una certa filosofia di gioco“, non puoi dire “se proprio devo perdere, almeno sono felice per i miei ex-ragazzi”

Non si può essere onesti dopo una sconfitta. La sconfitta è tabù per la Juve, non ci si abitua, non si ragiona, non si concede nulla, non ci sono mezze misure. Il tifo preferisce chi odia la sconfitta a tal punto da sragionare, urlare, fare scena muta. Il tifo preferisce chi è lacerato dalla sconfitta ed esplode, figuriamoci rivolgere un pensiero alla ex-squadra.

E’ una fortuna essere tifosi di una squadra che non elabora il lutto, non ragiona a pancia vuota. Poi c’è il campo, la difficoltà di motivare giocatori che hanno vinto tutto per 9 anni (e Allegri e Conte venivano presi in giro quando lo dicevano), la difficoltà di allenare la mente di giocatori “normali” (esclusi i fenomeni CR7 e de Ligt). E’ la proposta di gioco, il coinvolgimento tattico, il gusto del “divertimento” nel Sarrismo juventino -visto a tratti- ad essere la migliore arma per motivare i nostri.

Abbiamo scelto Sarri, le cose vanno bene, non benissimo, non come vorremmo, dalle sconfitte si esce “alla Sarri”, continuando ad insistere sul gioco, senza isterie. Ridicoli erano quelli di #AllegriOut, ancor più ridicoli quelli di #SarriOut.

Alle sconfitte non ci si abitua, questo ha fatto la fortuna dello spirito Juve, ma dopo le sconfitte si guarda alla prossima, è questo è un mantra molto più Juventino.