Lo chiamano Bobby-Gol

di Emilio Targia |

Michele è a bordo campo col muso appoggiato alla rete. C’è un freddo tagliente a Torino e una nebbia leggera e bagnata sospesa nell’aria

ma lui non si muove. Suo papà lo ha accompagnato ad assistere agli allenamenti della Juventus. Il verde del campo sembra l’unico colore vivo della giornata, ma fa fatica a imporsi su tutto quel grigio, anche se in alcuni punti sembra quasi brillare.

Tra i giocatori ce n’è uno, alto ed elegante, che prova e riprova i colpi di testa: cross da sinistra, cross da destra, colpo di testa. Michele ne è come ipnotizzato. La curiosità dei bambini obbedisce a leggi nascoste ed enigmatiche. Il loro istinto asseconda i richiami di gioia e bellezza senza compromessi. Quei colpi di testa sembrano disegnati, tanto sono precisi e plastici, e quel giocatore quando salta sembra quasi restare sospeso in aria un attimo in più del normale. Poi, quando i giocatori imboccano la via degli spogliatoi, Michele chiede a suo papà chi fosse quel giocatore. «Bettega, Michele. Si chiama Roberto Bettega, e ha classe da vendere.» Quella prima emozione di Michele ora ha un nome e un cognome.

Comincia a sfogliare i numeri di Hurrà Juventus del vicino di casa, e i primi articoli che va a cercare riguardano proprio quel giocatore volante. Scopre che è nato a Torino e che ha cominciato a giocare nel Nucleo Addestramento Giovani Calciatori della Juventus; prima mediano, poi ala sinistra. Legge della Juventus che lo aveva spedito al Varese, per farsi le ossa, sotto la guida del Barone Liedholm. Legge, emozionandosi, della sua prima partita in Serie A non ancora ventenne, nel settembre 1970, sotto la guida di Armando Picchi, che lo aveva schierato contro il Catania. Scopre che in quella sua stagione d’esordio era stato fenomenale: tra campionato e coppe ben 42 match disputati e 21 gol segnati, anche se la Coppa delle Fiere era sfuggita per un soffio. Legge che Bettega viene considerato un giocatore assai raffinato, capace di orchestrare la manovra e di andare in

rete con arguzia. Uno insomma dotato di grande tecnica individuale, intuito, classe e intelligenza.

Michele ricostruisce pian piano tutto il percorso calcistico di Bettega. Trova la splendida sequenza fotografica della sua doppietta contro il Milan, il 31 ottobre 1971: un primo gol di testa e poi, su imbeccata di Furino, una magia, un gol di tacco che fulmina Cudicini e fa ammutolire San Siro, scatenando la gioia dei tifosi bianconeri. Scopre che i tifosi della Vecchia Signora hanno preso a chiamarlo Bobby Gol.

L’entusiasmo con cui Michele continua a consumare le pagine della rivista ha un sussulto quando scopre che dopo il match contro la Fiorentina del 16 gennaio 1972 era iniziato per lui un periodo doloroso e difficile: una radiografia consigliata da una strana tosse aveva evidenziato una brutta infezione polmonare che rischiava di rovinare la carriera appena agli inizi di un campione già idolo dei tifosi bianconeri. Con un tuffo al cuore Michele legge della gigantesca voglia di tornare in campo come prima, che aiuta Bobby Gol a calcare l’erba dopo nove mesi. Nell’estate del 1972 è di nuovo a Villar Perosa con i compagni. Non va nemmeno in vacanza, per allenarsi, e in stagione mette a segno comunque 8 reti giocando 27 partite, pur nel pieno della sua fase di recupero. Legge che alla fine, per ristabilire peso forma e brillantezza, di mesi ce ne mette ben diciotto.

Dentro di lui la passione per quella splendida e terribile storia di calcio aumenta, e nel giro di qualche ora Michele divora ogni numero di Hurrà Juventus, ritrovando la cronaca del suo ritorno in campo, e scrutando sul volto di Bettega un’espressione nuova, pensosa e dolce. Forse un po’ malinconica, ma anche determinata.

Scova le partite dove Bettega torna a brillare, sconfiggendo ogni dubbio sulla sua piena ripresa con quegli 8 gol che contribuiscono allo scudetto in quell’emozionante finale di stagione del 1973. Scopre il dolore per la sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni contro l’Ajax, scova i servizi del nuovo scudetto bianconero, quello del 1975, e le foto dei 17 gol della stagione 1976-77, che legge essere «magica» per i colori bianconeri, perché anche grazie ai prodigi del suo numero 11 la Juve porta a casa la Coppa Uefa.

Quelle foto di Bettega e compagni a Bilbao fanno venire i brividi. Michele scopre tra quelle pagine che Bobby Gol vola anche in maglia azzurra, e se fosse sua, quella rivista, la foto del suo gol contro l’Inghilterra, in testa e di tuffo, la ritaglierebbe volentieri, come anche quella dello splendido gol nello storico match in cui gli azzurri sconfiggono l’Argentina ai Mondiali del 1978.

Ormai è quasi ora di cena, e di numeri di Hurrà Juventus da sfogliare ne rimangono pochi. C’è ancora il tempo per un viaggio fotografico negli 11 gol con cui Bettega trascina la Juve allo scudetto del 1978. Poi il papà bussa alla porta e si avvicina, sorridendo quando scopre che quelli non sono libri di scuola ma riviste di memoria bianconera. «Domenica andiamo al Comunale, così il tuo Bettega te lo puoi vedere in una partita vera, Michele.»

Al Comunale di Torino Michele entrerà pochi giorni dopo, avvolto da un’emozione magica e sottile, e non staccherà gli occhi di dosso dal suo Bobby Gol – artefice della sua neonata passione bianconera – neanche per un istante. Ne seguirà ogni passo, ogni gesto, ogni movimento, ogni sussulto delle gambe e dei capelli, ora lievemente argentati. Lo vedrà partire e arretrare, alzare gli occhi e consegnare palla, riceverla e stopparla con grazia. Lo vedrà danzare sul campo come un atleta di scherma, portare palla con discrezione inglese, lanciare un compagno verso la porta. Poi, su un cross dalla destra, accentrarsi, salire in cielo, restare in aria un istante in più degli altri e colpire di testa, trafiggendo il portiere con acrobatica naturalezza. Ed esultare braccia al cielo, correndo proprio in direzione della sua tribuna.

Disegno in copertina a cura di Piero Corva.


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