L’Italia è anche questa

di Juventibus |

4 Giugno

 

Il risveglio la mattina seguente è la parte peggiore del post Juventus – Real Madrid. Le considerazioni che fai, la ricerca spasmodica di dettagli che ti erano sfuggiti la sera prima, e i dubbi che ti ossessionano. La consapevolezza di essere cresciuti, che ormai notavano anche i più scettici, ieri è sembrata dissolversi completamente nel nulla. E Dybala, con la sua classe e la sua freddezza, mostrato invece stanco e troppo pallido in panchina dopo la sostituzione.

La storia della Juventus è fatta di tante vittorie, ma purtroppo è fatta anche di questo. Quella di ieri era la nona finale per i bianconeri. La settima finale persa, sulle nove conquistate. Questa società potrebbe essere insieme alle altre in vetta all’albo d’oro di questa competizione. Sì, erano rose diverse, allenatori diversi, Juventus diverse, ma tutte legate da questo unico lungo filo che le unisce. Un filo che continuerà forse a fare un po’ di paura, finché non verrà spezzato.

Ciò non toglie che dieci anni fa la Juventus tornava dalla serie B, e in dieci anni la presidenza di Andrea Agnelli ha saputo ricostruire e riportare ai vecchi fasti la società, dominando in Italia come mai aveva fatto prima, e conquistando anche due finali di Champions in tre anni.

Ma gli occhi di mezzo mondo ieri sera erano rivolti verso il Capitano della Juventus, il portiere che spesso è stato definito il migliore della storia del calcio: Gianluigi Buffon.

“Se vincessi questa coppa saresti il più veterano ad alzarla” gli hanno ricordato (più volte!)  i giornalisti nella conferenza stampa pre finale. Un giocatore, Buffon, che più di tanti altri meritava anche questa coppa. Un giocatore, che ha dimostrato forse più di chiunque, che non ci sono soldi né maglie più blasonate di quella bianconera che tengano. Che ha seguito la Juventus in serie B, all’apice della sua carriera, e nel farlo ha ridotto anche il proprio ingaggio. Ha scelto di seguire la Juventus proprio nel momento in cui poteva chiedere qualsiasi squadra e qualsiasi stipendio, dopo aver vinto un mondiale da assoluto protagonista e sfiorato il pallone d’oro. Quel giocatore che fin da ragazzino ha scomodato paragoni importanti, perché da ventidue anni è il portiere migliore di tutti i tempi. Quel giocatore senza il quale il mondiale del 2006 magari lo vedevamo vincere alla Germania, o alla Francia. Quel giocatore per cui quasi tutto il mondo ieri accendeva la televisione e tifava la Juventus, perché era una bella favola quella di Gigi Buffon.

Tutto il mondo, tranne in Italia.

Perché l’Italia è questa. E’ quella in cui vedi tifosi romanisti e non, commuoversi all’addio di Totti, e altri invece ghignare all’idea che un campione come Buffon non sollevi quella coppa che forse per lui è ormai diventata più un cruccio, che una reale esigenza.

Rimane il più grande di tutti i tempi. Con o senza Champions, con o senza pallone d’oro. Anche con mezza Italia che gli fa il tifo contro, perché è la storia del calcio mondiale che fa il tifo per Gigi Buffon.

Ramos tra l’altro ne ha vinte tante di Champions, ma quando smetterà di giocare nessuno si ricorderà di lui. Di Buffon invece, quando smetterà di giocare, il problema sarà scordarsene.

 

Di Ombretta Ferrara

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