Dal 4-2-3-1 all’ultimo stadio: a che punto è la Nuova Juve del liquido Allegri

di Luca Momblano |

E’ dall’idea del singolo giocatore, delle caratteristiche e del potenziale, che nasce l’assemblaggio di una squadra: si potrebbe riassumere così il punto di osservazione proprio, originale e personale, di Massimiliano Allegri. Molto più vicino all’approccio che si tende ad assumere dall’esterno, quindi oggettivato, non costruito su relazioni ancestrali, patti di sangue, blocchi squadra monolitici, missioni, senso di appartenenza e/o linee guida assolute da dover far digerire perché tutto possa avere inizio, come condizione sine qua non.

 

Un presupposto che in fin dei conti rende Allegri più umano e meno robot, più sarto che filosofo, aderente alla dialettica e allo sguardo del tifoso medio, ma anche a quelli del giornalista medio, forte anche che il punto fisso del suo ruolo sta nell’investitura dall’alto piuttosto che nei punti da guadagnarsi con gli stessi giocatori.

 

Tutto questo tende a riflettersi in quel modo di assemblare di cui sopra. La traduzione poi spetta al campo, a ciò che si vede, che si scopre, che si commenta nello scorrere dell’esperienza. Allegri non ha categorie stagne. Pensa e a tratti improvvisa. Ritorna sui suoi passi, concede e provvede. Insomma, comanda alla sua maniera, convincendo chi gli è intorno di poter aver parola in merito, almeno fino a quando contano le parole.

 

Il risultato, dopo 3-5-2 asimmetrici, rombi destrutturati, sperimentazioni, è il 4-2-3-1 combinato a compensazione dinamica, dove destra e sinistra non sono la stessa cosa perché il segreto del calcio è nella dorsale. L’utilizzo di Pjanic, che gioca dove non vorrebbe senza neppure accorgersene, è il punto di ripartenza nel nuovo disegno. Dietro di lui, primo della lista dei fortissimi e improvvisamente compatibili, c’è Bonucci. Davanti almeno uno tra Higuain e Dybala. E una volta assestato lo scheletro la squadra tiene improvvisamente la schiena dritta, sa subire e muovere il randello, ha lo sguardo alto ed è comunque fiera di quel che fa.

 

Tutto il resto riguarda le catene laterali. Ed è la vera scoperta di come Allegri guardi prima all’uomo che al campo. Per lui psiche e piede comandano su schemi e vecchie logiche. Così, nel divenire di febbraio, arriviamo anche a presentare una catena con Sandro (per non dire Asamoah), Khedira e Mandzukic che è prima cosa muscoli ed elmetto; l’altra con Lichtsteiner (per non dire Dani Alves) con Pjanic e Cuadrado che è invece prima cosa un’insostenibile leggerezza dell’essere. L’equilibrio generale è dunque dinamico, e non statico. E’ dove va Khedira quando si accende Pjanic; è l’incastro dei due centrali in base ai nomi degli esterni bassi; è muovere un cavallo (che sia Mandzukic o Higuain) stravolgendo la scacchiera, per rendere pericolosa la regina Dybala. E’, infine, tenere il campo in un altro modo, ovvero l’unico modo per potersi sentire padroni senza l’infingarda percentuale del possesso palla.

 

Questo è Allegri oggi. Questo è il suo prodotto parziale. Ed è altresì fantastico ascoltarlo nelle descrizione dei suoi calciatori tra conferenze e interviste: mai un condizionale; solo indicativo presente o futuro assertivo. Allegri è liquido come il suo calcio. Per questo può cambiare forma a ogni sorsata. Ha perfino l’arte di negare senza rinnegare. Morale della storia, ultimo capitolo: eravamo lisci, siamo frizzanti, meritiamo a questo punto di poter vedere la schiuma. O vi accontentate del secondo stadio?