L’inutilità (e l’egoismo) dell’ultimo Buffon

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Giuseppe Di Matteo

Tra la Juventus e Gigi Buffon c’è di nuovo aria di divorzio. Onestamente stavolta sarebbe un sollievo. Non si riesce infatti a capire quale sia stata l’utilità di Buffon nelle ultime due stagioni, e in particolare in questa. L’ex numero 1 (di numero e ormai di fatto) aveva scelto di tornare all’ovile dopo un anno non proprio esaltante al Psg. «Sono venuto per dare, non per togliere», aveva detto mettendosi il 77 sulla schiena. Ma cosa ha dato esattamente? Dietro le parole di circostanza e i buoni propositi, sbandierati in modo fin troppo sdolcinato, si intravedono i contorni di un egoismo personale che non ha certo giovato alla squadra, perché l’ha innanzitutto privata di un potenziale secondo numero 1 in panchina. E ci sarebbe ulteriormente da sorridere, e da riflettere, anche ad ammirare le performance di Pinsoglio, in teoria terzo portiere ma in pratica poco più di una simpatica mascotte.

La verità, almeno a giudizio di chi scrive, è che Buffon avrebbe dovuto lasciare per sempre la Juventus quando era il momento, e cioè il 19 maggio 2018. Quel giorno, durante la sfida tra Juventus e Verona, lo Stadium si strinse in un abbraccio sincero e profondo, secondo solo a quello riservato, qualche anno prima, ad Alessandro Del Piero, che però fu trattato dalla Juventus in ben altra maniera. Chi scrive ricorda molto bene quella giornata, perché era allo stadio. Gli occhi lucidi di Buffon, immortalati dai maxischermi, erano gli stessi di un popolo intero, che lo celebrava e gli perdonava tutto, comprese certe uscite fuori luogo non proprio degne di un simbolo come lui.

Se Buffon vuole andarsene, faccia pure. Anzi, si sbrighi. Ma sappia che il “lutto” è già stato cantato ed elaborato. E non è ammissibile replicare un addio, a meno di diventare patetici. Con tutto il rispetto e la gratitudine possibili: una bandiera sa quando è il momento di smettere di sventolare.


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