L’incognita di un Pipita a due facce

di Alessio Lavino |

La ferita è forse ancora troppo fresca ma a poche ore di distanza dalla folle debacle milanese, un pensiero va a Gonzalo Higuain, “IL” centravanti, quel numero 9 che tutti acclamano come vero punto mancante della Juve di quest’anno. Quel numero 9 che quando non ce l’hai tutti bramano, addetti ai lavori e non, perché “diamine, come può una grande squadra giocare senza un centravanti puro?”. Ieri il 9 c’era eccome – con l’inusuale numero 21 stampato sulla maglia, vero – almeno così recitava la lista delle formazioni ufficiali. La presenza pesante di Gonzalo Higuain è rimasta tuttavia ferma su quella carta stampata, in quel nero su bianco, e il contrasto del suo nome finalmente presente dall’inizio si contrappone ad un’opacità di prestazione che trascende il blackout visto nel secondo tempo dalla sua Juve, in  quei 15 minuti di folle spegnimento.

La verità è che il Pipita ieri non è mai sceso in campo, un campo sul quale avrebbe dovuto versare sudore e sangue, con gli occhi della tigre di chi ha fame di gol e vive per azzannare la preda impaurita. Cosa che si era vista chiaramente contro il Lecce, quando lì si che la preda era alle corde, nei suoi ultimi 30 metri messa all’angolo da una Juve che non si voleva e non si deve accontentare di un vantaggio parziale. Una Juve cannibale che aveva trovato nel Pipita versione-Lecce uno dei suoi principali carnefici.

Come spiegare allora la sua non prestazione di ieri contro il Milan? Dove e come collocare la sua opacità anche quando la Juventus era in controllo del match durante i primi 60 minuti di gioco? In molti parlano di calo fisico, ma Higuain è risultato fuori dalla manovra bianconera fin dai primi minuti quando il corpo di un atleta dovrebbe in linea teorica rispondere al massimo delle sue potenzialità.

La ragione può essere allora più profonda e di natura tattica. Quello che è mancato ieri alla Juventus è stato un collettore di gioco, specialmente fra centrocampo e attacco, un uomo che fra linee ricucisse le manovre bianconere. Compito che nel primo tempo ha cercato di fare Bernardeschi che riceveva palla sui piedi e cercava costantemente di entrare dentro il campo – vedasi sua incursione centrale e passaggio a CR7 con tiro sul secondo palo fuori di poco e tacco sontuoso, sempre da posizione centrale, per il tiro poco efficace dello stesso Pipita a fine primo tempo. Compito che a sprazzi ha provato a fare anche Ronaldo, ma che se è vero che con Dybala ha migliorato la sua intesa e, parafrasando Maurizio Sarri, “Ora si cercano molto di più”, con Higuain la comunicazione non ha dato grandi frutti nella gara contro il Milan. Si arriva quindi a fine primo tempo, e ci si ricorda che in campo c’è anche lui quando a uno dei pochi palloni a disposizione tenta una giocata da vero numero 9, sparando però a salve, in una prestazione complessivamente poco convincente e nervosa.

La mancanza di un vero collettore di gioco fra i reparti si traduce in due gol belli e inusuali di una Juve che fa di necessità virtù e si improvvisa solista e a tratti poco sarriana. Il primo infatti è una cavalcata di 40 metri palla al piede di Rabiot che lascia tutti a bocca aperta. “Chapeau!”, per dirla proprio alla sua maniera. Il secondo è un lancio di 50 metri di Cuadrado a scavalcare centrocampo e difesa avversari, con Ronaldo che detta il movimento in profondità e Kjaer in marcatura sull’uomo sbagliato (Romagnoli).

Un Gonzalo Higuain dalle due facce troppo contrapposte e diverse fra loro per essere entrambe vere. Teniamoci allora il Pipita di Lecce o quello che tramuta in gol un’azione di 24 passaggi consecutivi a Milano contro l’Inter. Un Pipita che sia però in grado di giocare con la squadra anche quando non si gioca costantemente nei 30 metri avversari, quando la partita ti costringe a soffrire, a chiuderti e impostare dal basso. Niente drammi quindi, un centravanti puro in serata no, da cui ci aspettiamo una gran voglia di riscatto per andare ad aggredire e ammazzare (sportivamente) l’avversario, azzannare la preda fin dal prossimo appuntamento contro l’Atalanta. Partita delicata, dal sapore di esame di maturità per questa Juve versione 2.0 post-lockdown. Un appuntamento dove se è vero che ritroveremo un insostituibile Paulo Dybala (a proposito di collettori di gioco) e una certezza in difesa come Matthijs de Ligt, per personalità e senso tattico, sarà importante ritrovare giocatori chiave anche dalla panchina, come il Pipita versione-Inter, che subentra a gara in corso, si fa in quattro e a volte anche in otto. Si muove e si fa trovare pronto per quel momento, quell’unica opportunità, in cui la zampata del vero numero 9, dall’insolito numero 21, seppellisce l’avversario e ci regala quella gioia della sua esultanza a braccia aperte, quell’esultanza rabbiosa di chi non si accontenta mai e vive per il gol.