Il limite dell’Higuain bianconero

Le ore del commiato bianconero a Gonzalo Higuain sono scandite dalle immagini dei suoi gol. Momenti intensi, momenti talvolta cruciali, che poi nel momento dell’addio il tifoso rielabora e amplifica, un po’ come se i cosiddetti “gol-scudetto” li segnassero solo gli Higuain e mai i Borriello o i Giaccherini.

90 gol in 3 stagioni, scriveva Luca Momblano nell’estate 2016, delineando ipoteticamente le aspettative di ambiente e dirigenza. Il Pipita lascia con 55 gol in 2 annate. Il bottino rimane di tutto rispetto, anzi strepitoso per un attaccante della Juventus di questi tempi, e poco importa chiedersi quanti ne avrebbe fatti se fosse rimasto una stagione in più.

Il punto è proprio questo: Higuain lascia prima del tempo, con la formula di trasferimento che si riserva agli esuberi, quelli di cui ti devi liberare a tutti i costi perché il loro peso a bilancio è sproporzionato rispetto all’importanza che potranno avere sul terreno di gioco. Lascia senza aver ricevuto proposte da squadre che giocano la Champions League. Una situazione paradossale per quello che è stato fino a poche settimane fa il giocatore più pagato della storia della Juventus.

La realtà dei fatti ci dice che è stata la Juve a decidere di disfarsi di Higuain. L’acquisto di Ronaldo e l’intenzione di farlo giocare da punta sono da soli elementi sufficienti per capire che uno dei ruoli che Allegri&co. avevano individuato per migliorare l’11 di partenza era quello del centravanti. Proprio come successe nel 2016, quando Higuain venne acquistato per ovviare alle carenze realizzative di Morata (troppo incostante) e Mandzukic (troppi pochi gol nei piedi).

Non mi addentrerò nelle possibili motivazioni di carattere professionale che possono aver guidato questa scelta, anche perché ritengo che ci si possa attenere a quanto visto sul campo di gioco per comprenderla. Higuain arriva nell’estate del 2016 da giocatore bello, fortissimo, ma disabituato alla vittoria. Il duplice obiettivo è quello di alzare il suo livello e nel contempo alzare il livello della squadra — e fin qui nulla di nuovo, il do ut des è prassi per tutti gli acquisti della Juve, eccezion fatta forse per CR7 e Dani Alves.

Alla Juve Gonzalo si è confermato fortissimo e ha vinto, ma possiamo dire che sia anche riuscito ad andare oltre i suoi limiti? Senz’altro ha imparato a mettersi in gioco in un contesto molto diverso dal punto di vista tattico e si è adattato a una squadra difensiva, che gli ha portato pochi palloni puliti da finalizzare. In Serie A ha dominato contro tutte le difese, inventandosi gol dal nulla, ma del resto arrivava con le credenziali di giocatore più forte del campionato.

Ciò che è mancato a Higuain è senza dubbio la partita da incorniciare contro i difensori migliori al mondo, quelli che da anni sono ai vertici del calcio e che vincono le manifestazioni internazionali più importanti. Ripensando ai percorsi in Champions è impossibile non notare come la differenza l’abbia fatta solo contro i Glik e i Davinson Sanchez. In 7 partite contro gente del calibro di Piqué, Umtiti, Ramos e Varane il Pipita ha collezionato un desolante zero alla voce gol, ma soprattutto almeno 4 prestazioni gravemente insufficienti, fatte di duelli persi, anticipi subiti, colpi di testa nemmeno tentati, errori tecnici a iosa.

Forse erano queste le partite in cui la Juve chiedeva qualcosa in più a Higuain, soprattutto sotto l’aspetto caratteriale. Da un giocatore che dovrebbe essere la punta di diamante della squadra ci si aspetta che sia un punto di riferimento per tutti, che ci si possa appoggiare a lui nelle difficoltà, che vada a contendere ogni pallone ai difensori avversari, col fisico, col mestiere e con tutte le energie rimaste. Non ci si aspetta certo di vederlo soccombere sistematicamente contro difensori più prestanti e smaliziati di lui.

D’altronde il contesto tattico non lo ha aiutato: le sue caratteristiche non sono quelle del contropiedista, ha bisogno di una squadra che sale insieme a lui, non può essere lasciato solo ad attaccare 40-50 metri di campo o a raccogliere improbabili lanci lunghi. Ma qui si entrerebbe nell’ambito di responsabilità dello staff tecnico e finirei fuori tema.

C’è stato un solo momento nel suo biennio bianconero in cui dentro Higuain sembrava essere sbocciato qualcosa, ed è coinciso con l’ottavo di finale contro il Tottenham. In quel periodo la squadra si appoggiava completamente sulle spalle di Gonzalo e lui sembrava addirittura gasato da quel peso.

La prestazione stoica di Wembley, condita da un gol e dall’assist delizioso per la rete decisiva di Dybala, e più ancora l’abbraccio di Chiellini e Barzagli in un’immagine che resterà comunque nella storia della Juve, avevano fatto pensare a una definitiva trasformazione, a un Pipita-Vialli vero demiurgo dei destini bianconeri. Oppure, per trovare un referente più vicino nel tempo, un Pipita-Tevez: e cioè trascinatore e accentratore al tempo stesso come è stato Carlitos, l’ultimo leader emotivo a essere anche leader tecnico, prima che finissimo ad accontentarci delle rincorse di Mandzukic.

Invece Wembley è stata l’ultima cartuccia per Higuain, che da lì in poi è entrato in una spirale negativa di prestazioni imbarazzanti, inclusa peraltro quella di San Siro da cui è scaturito il gol-scudetto – l’unico nelle ultime 12 (dodici!) partite ufficiali con la maglia bianconera. A posteriori, l’amarissimo canto del cigno al Bernabeu (NdR: in assenza di Ramos…) non fa che acuire la malinconia per ciò che sarebbe potuto essere e che non è stato.

Ora Higuain se ne va da reietto, sostituito da un giocatore più forte, più cattivo, più spocchioso, più ambizioso. Destino crudele e immeritato per un calciatore fra i più corretti in circolazione.

I gol e le vittorie di questo suo biennio rimarranno impressi nella nostra memoria, certo, ma non più dei gol e delle vittorie del biennio di Morata, e forse molto meno dei gol e delle vittorie del biennio di Carlitos Tevez. Gonzalo, ti abbiamo voluto bene, ma in fondo abbiamo tutti sperato di volertene molto di più.