Il limbo calcistico tra gioco e risultato

di Juventibus |

Partite come il ritorno col Porto mi fanno sempre ripensare alle parole di Luciano Spalletti.

La Juve è micidiale: se l’avversario è da cinque lei fa cinque e mezzo, se è da sette fa sette e mezzo, se l’avversario è anche da nove vedrai che lei quella volta fa dieci.

In queste pur semplici parole se si guarda bene c’è molto, se non proprio della Juventus, dello spirito di questo ultimo grande ciclo vincente della Juventus.

Raramente facciamo spettacolo, ma quasi sempre vinciamo.

Il calcio come sappiamo ha tanti passepartout, tante piccole chiavi di lettura universali, con cui ognuno di noi vi entra dentro e lo fa in base ai propri gusti ed attitudini.

Ci sono quelli per cui conta solo e soltanto il risultato, la vittoria come unica forma di divertimento, e quelli forse ancor più estremisti, mai contenti, che vorrebbero sempre vedere cento tiri in porta, ritmi vertiginosi e “bel giuoco”, bel giuoco come unica ragion d’essere del calcio.

Si suol dire che la verità sta nel mezzo, e se prendiamo questo modo di dire almeno temporaneamente per certo, possiamo quantomeno abbozzare una nostra classificazione.

Io metterei la Juventus in questa ipotetica scala abbastanza vicina al centro, alla verità, a quel “limbo calcistico” dove spettacolo e risultato sono esattamente in equazione, l’uno interdipendente all’altro, gioco-risultato, risultato-gioco, ma ancora non così vicina, ancora troppo tendente all’estrema concretezza del risultato a scapito del gioco, che ricordo è gioco per portare al risultato, non futile circo. Si parla del limbo assoluto, della ipotetica perfezione calcistica.

Raramente in questi anni abbiamo assistito ad esibizioni roboanti, forse nei primi anni di Conte vedevamo con frequenza partite totali, con grande proiezione offensiva, ritmo, occasioni e quasi unanimità di possesso palla. Ma quel periodo non è durato molto ed era avvantaggiato dalla non partecipazione alle Coppe Europee che unita all’allenamento “animalesco Contiano” ci forniva una condizione atletica abnorme, senza sottovalutare quell’enorme fame che attanagliava quel gruppo, come tutti noi.

Dopo quel breve periodo la Juventus ha indossato un vestito diverso, un vestito che porta in fondo ancora adesso. Un abito forte, resistente, ma anche camaleontico, perfettamente adattabile ad ogni tipo di serata.

Buono per un apericena al Bar Mario nella provincia Italiana, ma indossabile anche per un magnificente cocktail alla Place Vendôme di Parigi.

Ma se da Mario siamo costantemente ed ineluttabilmente i più trendy e fashion, quelli più eleganti ed aggiornati, quelli potenti  e che non devono chiedere mai, al cocktail della Vendôme un po’ meno.

Lì ci manca ancora qualcosa, quella spavalderia navigata, quella tracotanza fiera che ti permette di vincere con maggiore facilità. In Europa ci presentiamo spesso dubbiosi sulle nostre reali possibilità, dubbiosi persino sul tipo di partita da compiere. Se una normale partita di controllo o al contrario una partita netta chiarificatrice. Ed è in questi casi che poi si finisce per svolgere quella via di mezzo ibrida ed inefficace come ieri sera. Non è un caso che le nostre migliori prestazioni siano arrivate in trasferta quest’anno, dove l’impostazione della partita ci è piovuta quasi dal cielo, non ce la siamo presa, a Siviglia e Porto, come a Lione, con espulsioni a favore o contrarie a risvegliare i nostri animi battaglieri.

Questo è l’ultimo passo da compiere. Capire bene cosa vogliamo essere… anche in Place Vendôme.

Dobbiamo fare nostro quel limbo calcistico, quella perfetta media tra gioco e risultato, tra speculazione concreta e audace spavalderia. Dobbiamo riuscire a fondere quella filosofia europea tanto cara a Dani Alves, “chi più rischia più vince, non si può trionfare senza osare”, al sano ed efficacissimo pragmatismo di cui è fin troppo permeato il nostro gruppo e perfino la nostra storia. Questo è l’ultimo scalino da salire, e mi sembra anche che Mister Allegri lo abbia capito bene ed in tempi non sospetti. Il cambio di modulo, questo suo aver spalancato le finestre sulla squadra e fatto entrare aria fresca ne è la più probante metafora.

Di Alexander Supertramp  @Super3mp