Stephan Lichtsteiner, simbolo di una Juventus troppo operaia

di Claudio Pellecchia |

E’ da poco passata la mezz’ora e Jakub Jankto ha già freddato lo Stadium con la complicità di Buffon. Su uno dei pochi palloni decenti (diciamo pure l’unico) toccati da Mario Mandzukic, Stephan Lichtsteiner si presenta a tu per tu con Karnezis: la posizione è leggermente decentrata sulla destra ma, da lì, si presume che un giocatore di Serie A riesca quanto meno a centrare la porta. E, invece, sfidando praticamente ogni legge della fisica, Lichtsteiner riesce nell’impresa di colpire l’esterno della rete con uno sbilenco interno destro che gira dalla parte sbagliata.

Un’occasione che griderebbe ancora vendetta, se Paulo Dybala non provvedesse poi a ristabilire l’ordine naturale delle cose. Far cadere nel dimenticatoio tutto il resto, però, costituirebbe un errore più grave di quello del terzino svizzero. Il quale, negli anni, a fronte di mezzi tecnici non propriamente di livello ha supplito con impegno, abnegazione, corsa e sacrificio, risultando sempre tra i più continui e concreti nell’arco di una stagione. Quante volte, a fronte delle critiche di chi (me compreso) ne evidenziava i limiti di tocca in fase di rifinitura della manovra, sono arrivate le (giuste) levate di scudi al grido di “eh, ma Licht corre come un matto e dà sempre tutto in campo”. Vero, verissimo. Così come è altrettanto vero che il #26 incarni perfettamente l’anima operaia della Juve.

Ecco, forse il punto è proprio qui. In quell’anima operaia, perfettamente incarnata dallo svizzero, di cui ci facciamo giustamente vanto ma che, talvolta, ci limita in quel che potremmo fare. La gara con l’Udinese ha mostrato, in tal senso, il rovescio oscuro della medaglia. Sia chiaro, non si chiede il bel gioco (quello non è e non sarà nel nostro DNA, almeno finché, per dirla alla Chiellini, si privilegerà la solidità e la difesa dell’1-0 alla ricerca del secondo e terzo gol), ma almeno di non lasciare all’Udinese il dominio della nostra trequarti negli ultimi minuti, senza riuscire a completare due passaggi in fila. Perché poi, se arriva il golletto stile Frosinone 2015, se si cerca un colpevole “tanto vale guardarsi allo specchio” (cit.).

Sia chiaro, la sofferenza finale di ieri non è certo da imputare a Lichtsteiner quanto, piuttosto, a quel che lui rappresenta (alla stregua di un Mandzukic e – per lo scrivente – dello stesso Chiellini), quell’essere operaio sempre e comunque anche quando non servirebbe, anche quando la partita si può vincere per manifesta superiorità tecnica, fisica e psicologica. In molte Juventus del passato, anche recente, Stephan avrebbe tranquillamente trovato posto: in questa, francamente, è di troppo. E non se ne faccia un discorso relativo alle ultime vicessitudini di mercato. Una squadra che dovrebbe, nelle intenzioni, imporsi con una precisa idea di gioco costruita sulla tecnica superiore dei suoi interpreti, non può (più) permettersi uno che, con l’Udinese in vantaggio a casa tua, colpisca l’esterno della rete a tre metri dalla porta. Grati, gratissimi per quel che ha dato e che darà di qui alla fine della stagione.

Ma poi si deve voltare pagine. Negli uomini e nella mentalità. Perché essere operai va bene. Esserlo troppo, fino a schierarsi 5-4-1 contro Thereau e Zapata, certamente no.