Ci saranno altri Lichtsteiner (altro che pippa!)

di Giulio Gori |

Lichtsteiner

Proviamo a pensare al tiro con l’arco. I grandi arcieri tendono la corda, annusano il vento, prendono la mira e fanno quasi sempre centro, il cerchio giallo. Immaginiamo se dovessero fare la stessa cosa prendendo la rincorsa. Ottanta metri al galoppo e poi il tiro. Una corsa all’indietro e un’altra freccia scoccata. Così, di seguito per un’ora e mezzo. Alla fine, altro che fare centro, ci sarebbero glutei infilzati, occhi accecati, nonnine all’ospedale.

 

Ecco, sentir ripetere che da anni che Stephan Lichtsteiner è una pippa perché non sa fare i cross, perché ha i piedi come ferri da stiro, ripropone inalterata una vecchia contrapposizione calcistica che altro non è che lotta di classe. Quella tra i terzini e i numeri 10. Quella tra chi corre e chi gioca in punta di piedi. Tra chi porta l’acqua e chi la beve. Certo, lo svizzero non è più un ragazzino. E quando si gioca in un ruolo così dinamico è inevitabile che si abbia vita sportiva più breve. Ma nel grande, grandissimo calcio, Stephan Lichtsteiner non solo c’è stato per anni, e a buon diritto. Ma forse potrebbe starci ancora un po’.

 

Una volta l’avvocato scoprì Michel Platini a fumare una sigaretta durante l’intervallo di una partita. «Ma cosa fa?». «Che problema c’è, avvocato? L’importante è che la sigaretta non la fumi Bonini». Massimo Bonini portava il pallone, Platini riceveva e illuminava. Come il francese non ce n’erano altri in circolazione, di mediani come il sanmarinese invece un’altra decina se ne sarebbe trovata senz’altro. Ma una cosa era chiara, ed è chiara a tutti quelli che si occupano di pallone: i Bonini in campo sono essenziali tanto quanto i Platini. Non se ne può fare a meno. Così, in un mondo di ali adattate a far male il terzino, stonano ancora di più le critiche a Lichtsteiner. «Eh ma il calcio moderno non è più quello degli anni ‘80», dicono gli stessi che poi fanno i modernisti e vogliono la difesa a quattro a tutti i costi.

 

E Lichtsteiner è uno che corre come un matto. C’è sempre: è in area piccola quando c’è da difendere, è sulla linea di fondo quando siamo in attacco. Le uniche pause, quando lo si vede piegato sui cartelloni pubblicitari, quell’attimo e poi via, ripartire, rientrare, far la diagonale, un nuovo scatto, la sovrapposizione, 70 metri anche se poi non te la passano e hai fatto uno sforzo inutile. E via così. Nei test fisici lo svizzero è sempre ai primi posti della squadra. E il primo anno di Conte fecero notizia quelli di gennaio 2012, quando Lichtsteiner si tolse lo sfizio di non arrivare secondo: per una volta si lasciò dietro anche il mostruoso Vidal.

 

Ora, lo svizzero è fuori dalla lista Champions. Altri, più giovani hanno avuto il privilegio. Lo scorso anno era andata allo stesso modo: fuori, inutile, da rottamare. Ma poi, con il sudore e i gomiti alti, si riprese il posto che gli spettava. Fosse stato in campo a Cardiff, la Juve avrebbe perso lo stesso. Ma almeno avremmo perso combattendo. Ci fossero stati undici Lichtsteiner, non avremmo dovuto assistere allo spettacolo umiliante di un giocatore, con la gloriosa maglia della Juve addosso, che camminava in campo infischiandosene di tutto, anche della nostra storia. Quest’anno lo svizzero è di nuovo rimandato a gennaio. Giusto? Sbagliato? Non è questo il punto: dove c’è competizione si devono fare delle scelte. Allegri le ha fatte e non c’è da dannarsi l’anima. Dispiace però che chi ha sempre onorato la maglia e ora, malgrado la delusione, promette che continuerà a onorarla, venga preso di mira da molti tifosi, che lo trattano come una piaga di cui liberarsi.

 

Corri Stephan, corri. Corri, picchia, passa e corri ancora. Siamo uomini o mezze punte? E quando ci sono quelli con i piedi buoni vicino a te, allora anche i tuoi piedi poco raffinati non sono più un cruccio. Basta ci sia un Pirlo, un Pogba, un Pjanic, uno che fenda l’aria e che ti faccia trovare il pallone là dove ci sei solo tu e non gli altri, perché gli altri sono a prendere fiato, che anche tu ti togli la soddisfazione di gonfiare la rete. Il primo in una partita ufficiale allo Juventus Stadium, il gol che ha aperto la stagione più bella della storia bianconera. Sei scudetti, pesanti, da portare sul petto, di cui cinque da titolarissimo. Tanti, tantissimi avversari spediti in calcio d’angolo, in fallo laterale, col grugno per terra. E anche quindici gol.

 

Con uno più bello di tutti gli altri, eletto come il più bello della Champions 2015-2016: contro il Borussia Mönchengladbach, il campanile di Pogba, la solita corsa di Stephan e la palla che si insacca dopo un tiro al volo, come un arciere che prende la rincorsa, scocca la freccia senza fermarsi e prende il cerchio giallo, come un pellerossa che sa colpire mentre è al galoppo. Quel gol fu pura poesia. Un malore, la paura, l’intervento al cuore, il rientro velocissimo e subito quella rete, quando tutti pensavano che tu fossi finito, che tu non ne avessi più. Quante volte ti hanno offeso, quante volte hai risposto difendendo, contrastando, alzando i gomiti, correndo e correndo ancora. E se qualcuno non è contento dei cross, se sono a volte bassi, a volte sbilenchi, che li faccia fare a un tornante, a una mezzapunta, a un numero 10. Che corrano un po’ anche gli altri. Magari anche certi terzini che il sudore non sanno cosa sia.

 

Ora, forse, il motore perpetuo non è quello di sei anni fa. Prima o poi arriva per tutti l’ora di fermarsi a prendere fiato ai cartelloni pubblicitari. Non si è mai per sempre. Ma se Lichsteiner non dovesse farcela a riprendere il suo posto, altri Lichtsteiner ci aspettano. Il calcio, il grande calcio, non ne può fare a meno.