L’ibrido e lo scudetto in albergo

di Mauro Bortone |

“Ma l’animale che mi porto dentro non mi fa vivere felice mai, si prende tutto anche il caffè, mi rende schiavo delle mie passioni”. I versi di una canzone di Franco Battiato sembrano riassumere al meglio lo stato d’animo del tifoso bianconero a poche ore dalla sfida che potrebbe risultare decisiva per le sorti del campionato.

Davanti c’è una squadra, la Juventus, che, nonostante qualche inciampo e le incertezze delle ultime sfide nello strano periodo post Covid, potrebbe vincere il suo nono scudetto di fila: eppure i tifosi non riescono a godersi il momento, la prospettiva, l’idea e guardano alla Lazio come l’ennesimo tranello dentro un percorso inanellato di dubbi e qualche inattesa preoccupazione.

Evocano il pericolo di un finale diverso, si spazientiscono per l’ossessione del “bel gioco”, perché il dopo Allegri, nella mente di molti, doveva essere una risposta estetica a chi contesta i risultati. E discutono di mercato, di futuro, della Juve che verrà, mentre questa è ancora intenta nei suoi obiettivi.

Colpa di tre match point finora andati a vuoto, di una squadra più fragile e di un pessimismo che va spesso oltre il principio di realtà.

E poi c’è Sarri, messo alla graticola forse oltre i suoi effettivi demeriti: ha preso un gruppo poco confacente ai suoi principi di calcio. Gli hanno detto che doveva adattarsi perché nelle squadre importanti si fa così. Lui si è messo alla guida di un ibrido, una vettura ancora un po’ allegriana e non sufficientemente sarriana, finendo spesso dentro le critiche di accaniti sostenitori o detrattori. Però è lì, dove deve essere.

Due anni fa disse di aver perso lo scudetto in albergo e c’è chi immagina che lo “voglia” perdere sul campo, a metà tra un’ironia che sdrammatizza e il tentativo di esorcizzare il tracollo. Ora ha la possibilità di scrivere insieme al gruppo una storia differente. Per sé e per la Juve.