L’Heysel, la Storia, la Memoria

di Emilio Targia |

La bellezza del calcio. In Inghilterra, del “Football”. Ci pensavo qualche giorno fa, mentre in campo a Liverpool tutti piangevano dopo l’impresa contro il Barcellona in Champions League. E quell’inno fantastico, “You’ll never walk alone”, e i brividi che si respiravano nell’aria, dentro a quel coro avvolgente. “Come si può – mi chiedevo- trasformare tutta questa bellezza in orrore? Come si può deragliare in modo così volgare e violento da una simile magia?”. Come è potuto succedere, dunque, quel pomeriggio di 34 anni fa? Chi spense l’interruttore di quella gioia fanciullesca per infilarci tutti dentro a un incubo assurdo? Chi aumentò i giri di quella giostra fino a farci finire dentro a un frullatore impazzito? Sappiamo chi. Sappiamo come. Sappiamo della assurda concatenazione di errori e negligenze che provocarono quella strage. Quello schiaffo che interruppe la chimica di quella magia, di quell’attesa festante dentro a un pomeriggio di luce e di migliaia di bandiere impazienti.

L’urlo di un ragazzo: «Guardate laggiù! Nell’altra curva! Gli inglesi caricano! Caricano!». Poi le notizie che rimbalzarono veloci, imprecise, frammentarie, concitate. Mentre gli altoparlanti gracchiavano surreali inviti alla «calma». L’unica pratica impossibile in quella centrifuga di rabbia e paura. Altro che calmi. Eravamo arrabbiati. Spaventati. Impotenti. E quello stadio, ormai, era come una stanza satura di gas che poteva esplodere alla prima scintilla. In cielo, beffardi, sfrecciavano addirittura degli aerei militari. Un altro rumore assurdo e surreale che piombò su di noi. I nostri pensieri angosciati rivolti alle nostre famiglie, gli amici, ai quattrocento milioni di persone che davanti alla tv scopriranno di essere in diretta con una guerra e non con una finale di Coppa dei Campioni. Lo stadio era un campo di battaglia, e sopra di noi arrivarono anche alcuni elicotteri. Dei Puma bianchi e rossi. «Il muretto non c’è più, è crollato! È crollato!» L’urlo disperato di una ragazza ci spinse a guardare nuovamente verso il settore Z.

Era vero, il muretto non c’era più. Cristo santo. Saranno caduti di sotto? Magari si sono salvati proprio grazie al crollo. O erano troppo in alto per sopravvivere? Saranno caduti uno sull’altro? Si moltiplicavano le domande, e come al solito, nessuno poteva risponderci. Non in quell’attimo, non lì. Angoscia senza risposta L’odore di bruciato nell’aria infettava le narici. Irritava la gola. Poi quel sussurro che passò di bocca in bocca, e quando arrivò fu come un pugno nello stomaco: “sono morti in 7 in quella calca”. “No sono 20, forse 21…”. O forse sono di più. O forse non era vero. Nessuna certezza. Ma era qualcosa che ti cambiava il respiro, il battito del cuore. Come se il braccio di una gru ti agganciasse e ti tenesse sospeso per un attimo sopra lo stadio, costringendoti ad astrarre per capire, per comprendere, per salvarti. Un attimo soltanto, poi la gru ti molla e ti ributta giù, in quell’incubo, senza riguardo. Intanto, gli altoparlanti dello stadio continuavano a diffondere messaggi personali: «Francesco Rossi comunica al cugino Daniele di aspettarlo di fronte all’ingresso tribune». E così via. Lentamente, il prato sembrò svuotarsi. Confusamente. In sottofondo, urla, cori, elicotteri. E gli zoccoli dei cavalli sulla pista di atletica. Alle 21.30 su tutto quel rumore di fondo, così estraneo a un campo di calcio, si appoggiò come un abbraccio la voce di Gaetano Scirea, il capitano della Juventus. Arrivò chiara e dolce, nonostante il riverbero metallico dell’amplificazione: «La partita verrà giocata per consentire alle forze dell’ordine di organizzare l’evacuazione del terreno. State calmi, non rispondete alle provocazioni. Giochiamo per voi».

Dio. Finalmente una voce. Qualcuno che ci parlò, che si rivolse a noi per dirci qualcosa, qualunque cosa. Eravamo tutti prigionieri dentro a una specie di bolla. Si accesero i riflettori, il prato sgombro. Sgombro ma non libero. Circondato, piuttosto. Da centinaia di poliziotti in assetto antisommossa. Almeno mille, o duemila, se non di più. Avevamo forse sognato? Galleggiavamo su qualcosa che non capivamo. Ci guardavamo negli occhi l’uno con l’altro, in preda alle domande e allo smarrimento. Cercavamo un linguaggio comune. Un appiglio. Come congelati dentro quello stadio che ormai era lontano da noi, lontano da tutto. Zombies che camminavano sulle macerie di un sogno. Eravamo allo stadio Heysel, ma anche altrove. In un non-luogo privo di risposte certe. Guardammo la partita come attraverso un vetro. Le immagini sfocate, l’audio attutito. Il tempo rallentato. Tuttavia, tentammo ugualmente di agganciare il nostro sguardo al pallone che rotolava, di farci catturare e «stordire» da quella partita. Ne avevamo un disperato bisogno, per metabolizzare qualcosa che era parecchio più grande di noi, e che rischiava di travolgerci. Che ci aveva già travolto e risucchiato. In cima al settore M della nostra curva, un bengala rosso illuminò lo striscione dello Juventus Club Torino, che non era stato rimosso come gli altri. Una illusione di normalità Dopo la partita, fecero uscire prima i tifosi inglesi, con grande celerità. Continuammo a fissare i riflettori dell’Heysel, il campo verde ormai vuoto e il rosso ocra della pista di atletica, del tutto inghiottita dagli stivali dell’esercito belga, che occupava ogni corsia. Dopo pochi minuti non c’era più nessuno nel settore degli inglesi. Il bloc Z restava intanto muto e deserto, immerso nel suo dolore assurdo e innocente.

Oggi. Oggi occorre preservare la memoria di quella notte. Proteggerla dalle imprecisioni, dalle infiltrazioni, dalle approssimazioni. Una volta, per ricordarsi qualcosa di importante, si faceva un nodo al fazzoletto. Non c’era il bip di un telefonino, ma un semplice nodo di stoffa. Per la scrittrice americana Barbara Kingsolver «la memoria è una faccenda complicata, è imparentata con la verità ma non è la sua gemella». A me piace pensare che si possa imbrigliare il destino di questa frase. Se non sovvertirlo. E che nel caso dell’Heysel la memoria possa diventare almeno sorella della verità. Possa provare a far immaginare il dolore, quel dolore di cui nessuno parla mai. Occorre educare alla memoria. E occorre fare manutenzione. A me piace pensare alla manutenzione della memoria come ad un lavoro in cui sporcarsi le mani quotidianamente, tra grasso e bulloni, e viti e colla e chiodi e vernice. Fino a quando, un bel giorno, chissà, nell’ennesima discussione al bar o sui social su quel 29 maggio, la smetteranno di rivolgersi a noi con le solite frasi fatte, e cominceranno a chiederci, finalmente, di raccontare loro la vera storia dell’Heysel. E la storia di Nino, di Andrea, di Francesco, di Giuseppina, di Roberto, di Loris…

Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfonso Bos
GianCarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerullo
Willy Chielens
Giuseppina «giusy» Conti
Dirk Daenecky
Dionisio Fabbro
Eugenio Gagliano
Francesco Galli

Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Jacques François
Giovacchino Landini
Roberto Lorentini
Barbara Lusci
Franco Martelli
Gianni Mastroiaco
Sergio Bastino Mazzino
Loris Messore
Luciano Rocco Papaluca
Luigi Pidone
Benito Pistolato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domenico Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Mario Spanu
Giuseppe Spolaore

Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni


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