L’Heysel e la manutenzione della memoria

di Juventibus |

di Emilio Targia

Deve essere un vizio maledettamente umano. Quello della propensione all’oblio. Una specie di basso istinto. Malsano, contagioso. Lo si può scegliere per autodifesa, come anestesia contro il dolore. O si può provare a imporlo, a se stessi e agli altri, per comodità, per superficialità. O per vigliaccheria. Heysel è una parola che schiocca come una frustata. Che evoca solo e soltanto quella notte, quella strage. E’ un termine ormai svuotato del suo originario valore. Heysel non è più uno stadio, così come Ustica non è più un’isola, né l’Italicus un treno.

In Belgio quello stadio prima lo hanno abbattuto, e poi lo hanno ricostruito, nel 1995. Cambiandogli nome: Stadio Re Baldovino. Come se bastasse quello, a cancellare la Storia. A cancellare quel che significa davvero Heysel.

Del vecchio Heysel resta oggi solo il cancello principale. Unico testimone di quella sciagurata notte del 29 Maggio 1985. Che io non posso, né voglio, dimenticare. Una notte cominciata dentro a una luce speciale. Un tramonto gialloarancione che sembrava il contraltare ideale di quelle bandiere bianconere infilate dentro a un sogno. Come gli ombrelloni ancora chiusi sulla spiaggia al mattino presto. Quando soffia un’aria piena di promesse. I cori dei tifosi bianconeri erano partiti un po’ in disordine, tanto erano emozionati. Come bambini. Ciascuno intento a coltivare il proprio senso di gioia e di stupore, con lo sguardo fisso sul verde del prato. Ciascuno a “cantare” un po’ per conto proprio. Poi pian piano i sentimenti si erano organizzati, e avevan trovato ritmo ed equilibrio.

E soprattutto un senso di comunione. Finalmente dentro a un unico canto. Fino a quel battere di mani serrato, ordinato. A scandire i cori. Le rime storiche. Gli slogan più cari. E io ero lì immobile, fermo a guardare e ad ascoltare. Silenzioso. Sull’onda di quella chimica speciale che si forma nell’aria e che assomiglia così tanto a un incantesimo. Poi quel batter di mani bruscamente interrotto. Poi le mani che ora indicavano “laggiù”. La prima carica degli inglesi. Mentre il canto spezzato diventava un urlo. E le bocche della curva Z, spalancate nella paura, respiratori d’emergenza.
Un click sull’interruttore e la più bella delle luci svanisce in un attimo. Gli spalti mutano in fronte di guerra. Il campo da gioco diventa via di fuga. E la curva Z un girone dell’inferno.

E noi lì smarriti, raggelati. Immobili. Con le pale degli elicotteri dentro al nostro sguardo attonito.

Vera giustizia, come noto, non fu mai fatta. Difficile individuare, accertare e provare tutte
le singole responsabilità nella follia del branco impazzito. E allora, ci resta la memoria.
La cui solidità non passa solo attraverso un monumento. O un anniversario. Occorre che divenga prima di tutto risorsa condivisa, consapevolezza, comprensione. Una specie di sentimento comune. Occorre che le istituzioni, le scuole, i media sostengano e preservino la memoria.

Memoria che sembra ancora oggi infastidire i principali responsabili di quella strage.
Tanto che nel 1990, in quello che era lo stadio Heysel, in occasione della partita tra il Malines e il Milan, al capitano rossonero Franco Baresi viene impedito di deporre una corona di fiori in prossimità del vecchio settore Z, al Milan viene impedito di portare il lutto al braccio, né si osserva un minuto di silenzio prima del match.

Episodi come questo accrescono il rischio che la memoria possa dunque sfilacciarsi, affievolirsi, perdersi. Col pericolo che resti alla fine solo quel nome, Heysel, senza dentro la storia di quel che accadde davvero quella notte. Senza il suo significato più profondo, il suo dolore tagliente, i suoi volti segnati. Heysel come una scatola vuota. Una volta si faceva un nodo al fazzoletto, per rammentarsi qualcosa di importante. Non c’era il bip di un telefonino, ma un semplice nodo di stoffa. La scrittrice americana Barbara Kingsolver sostiene che la memoria è una faccenda complicata, è imparentata con la verità ma non è la sua gemella.

A me piace pensare che si possa imbrigliare il destino di quella frase. Se non sovvertirlo. E che nel caso dell’Heysel la memoria possa divenire almeno sorella della verità. Che possa provare a far immaginare il dolore. Quel dolore di cui nessuno parla mai. E creare gli anticorpi contro qualunque manipolazione o strumentalizzazione. Tenere lontana la retorica e respingere l’ipocrisia. Non ci sarà qualcuno che lo farà per noi. Perchè la memoria è un lavoro. Una scelta. Necessita di manutenzione e amore. Un compito che spetta a tutti e a ciascuno. Fatelo, allora, quel nodo al fazzoletto. Che senza memoria, saremmo luci spente.

(tratto dal libro “Quella notte all’Heysel” – Sperling&Kupfer)