Lettera di un padre juventino rassegnato al figlio

di Francesco Alessandrella |

Caro figlio mio,

stasera ho ripensato a quello che ci siamo detti negli ultimi giorni e mi è venuta voglia, quasi necessità, di scriverti.

È vero che ultimamente i nostri rapporti, quando si parla di quell’argomento lì non sono più come prima. È che ci sono rimasto male, anche se faccio finta di niente, sai com’è…

Ricordo ancora quella sera di qualche anno fa, come se fosse ieri. Eravamo seduti in cucina, io e tua madre, e tu nell’altra stanza, con quel tuo amico. L’ho sempre un po’ temuto, quello lì, per quello che faceva, per quello che raccontava. Sapevo che poteva avere su di te un’influenza molto forte e per questo, non ti nascondo, spesso tendevo l’orecchio per carpire qualche parola, qualche ragionamento. Prontamente interrotto da tua madre, come al solito.

Ecco, tua madre. Tutto questo è anche colpa sua, dei suoi ragionamenti sulla libertà di scelta, sul non dover imporre nulla ai figli, sul provare a dare un esempio ma che poi, alla fine, dovevate essere voi a seguire la vostra strada. Ecco, accidenti a me quando ho voluto darle retta. Avrei dovuto essere forte, impormi, dirti che su certi argomenti non c’era scelta. E quei ragionamenti sull’essere un padre “moderno”, “progressista”… al diavolo, al diavolo! Tutte stupidaggini, perché poi arriva quel giorno e non sai che dire…

Eravamo in cucina, e tu sei arrivato, con quella maglietta che ti aveva prestato il tuo amico. Ti stava anche un po’ stretta, per la verità, ma ne eri così fiero… Avevi occhi innamorati, me ne sono accorto subito. Certe cose non hanno bisogno di parole, ci sono passato anche io, anche se dalla parte “giusta”.

In quel momento ho messo insieme vari pezzi che per distrazione (o per far finta di non vedere) avevo trascurato in passato. Frasi, atteggiamenti, insofferenza. Tutto quadrava ad un certo punto, il velo era caduto dagli occhi.

Ho pensato a me, a cosa avrebbero detto i miei amici, ai progetti che avevo su di noi, delle cose, dei viaggi, che avremmo potuto fare insieme. Tutto crollato in un istante. Ma poi ho pensato soprattutto a te, di quanto avresti sofferto nella tua vita, di quanto, al di fuori del tuo ambiente, gli altri ti avrebbero preso in giro. Ho provato anche a dirtelo, ma ormai avevi preso la tua decisione e non c’era nulla che ti avrebbe fatto cambiare idea.

E così, con molta sofferenza, ho accettato il tutto.

Ho pensato che se sei felice tu, va tutto bene. Ma non ho potuto fare a meno, in questi ultimi anni, di pensare che ci siamo persi delle belle occasioni per gioire insieme, anche se è stato bello sentirti vicino nei momenti di difficoltà. E so che hai dovuto sfidare anche i tuoi amici, in quelle occasioni e nemmeno ho capito se la tua vicinanza in quei momenti era di facciata o lo facevi solo perché, in fondo, davvero dispiaceva un po’ anche a te vedere il tuo “vecchio” soffrire. Sappi, figlio mio che succede lo stesso anche a me. Tante volte, in discorsi che si fanno tra amici, mi trovo a prendere in giro quelli come te, anche se spesso è anche colpa vostra: siete voi a rendervi ridicoli. Ma, in fondo, soffro a vederti soffrire, mi spiace vedere che c’è pregiudizio perché ho imparato che ci sono tanti che vivono questa passione come te, in maniera sana, equilibrata, senza eccessi. Ma che non fanno notizia, purtroppo.

Ma non potrò davvero mai dimenticare la sensazione di vuoto provata quella sera, in cucina. Quella sera in cui trovasti il coraggio di confidarti.

Quando mi dicesti che avevi scelto come squadra del cuore il Napoli.