Lettera aperta a Gonzalo con balcone sull'Europa

di Simone Navarra |

Caro Gonzalo, non credere a quelli che oggi ti accarezzano.
Gli applausi possono tramutarsi in fischi e gli apprezzamenti in contumelie.

Vorrei raccontarti la storia di David Trezeguet uno che come te aveva l’istinto rapace del centravanti e che con la maglia della Juventus indosso ha tenuto alta la bandiera anche quando bisognava giocare in campi infami, con spalti intrisi di gente senza rispetto.
Ma tu, caro amico Higuain, quella vicenda un po’ francese e altrettanto argentina la conosci bene. Ne sono sicuro. Non solo perché David è adesso un dirigente della Juve ed ha un peso dentro quella società.

Vorrei allora ripetere la vicenda umana di Rush e Amauri, Pacione e Piovanelli, Zaza e Nicola Amoruso, e di tutti gli altri che quel ruolo ora affidato a te hanno provato a svolgerlo, ma per le alterne vicende della vita e della azienda che paga sono rimasti un progetto, una idea, un accenno sulla lavagna.
Tu Gonzalo puoi finalmente sostituire nell’immaginario quel Gianluca Vialli che con la faccia sorridente e feroce decise di cantare e portare la croce nella squadra guidata dal signor Marcello Lippi. Hai i goal e la leggerezza, le donne innamorate e il corpo di tutti, che a volte cede e per stare in forma deve sudare, spingere, controllare.

Caro Gonzalo questo messaggio nella bottiglia dovrebbe arrivare alla vigilia della partita di Coppa, di quella coppa. Te lo avranno spiegato subito cosa significa a Torino, quanto impegno e fortuna si investe nel capoluogo piemontese parlando e guardando al trofeo europeo.
Perché l’Italia è quella cosa stretta e difficile che tanto bene commenta Zampini e poche volte quel percorso netto di Angelini oppure deciso di Momblano e Corsa.
Le finali buttate alle ortiche sono storia, insieme con quelle invece perse perché è giusto. L’ultima, a Berlino, è stata un regalo alla fine di un cammino, ma non ha portato nulla.
Fattelo dire da chi c’era. Anche se solo sugli spalti.

Per questo i dirigenti hanno deciso di tirare una linea. Scegliendo la strada del cambiare quasi tutto per rifare o provare a rifare le stesse cose e anche meglio. Perché quando vieni battuto in finale ci sono solo due strade. O si tiene tutto e l’anno successivo, non di più, si vince. Oppure si riparte dal foglio bianco, da quello che gli economisti chiamano il prato verde. E non è forse un caso.
Da Berlino in qua sono andati Pirlo e Vidal, Tevez, Morata, Llorente, Pepe e Matri. Alfieri di quella compagine tirata su con amore da Antonio Conte e poi affidata ad Allegri che era da altre parti e poi fu chiamato in fretta.

Tu Gonzalo con queste curve della storia non c’entri nulla e per questo ti chiedo di portare nello spogliatoio la leggerezza e la freschezza del Mate, insieme con quei birbanti di Dybala e Cuadrado, e quel filibustiere di Alves che si è preso il posto dello svizzero e promuove il Brasile a più non posso.
Allora bisogna ripeterlo.

La Coppa, la Champions, non esiste e presto finirà, dentro un campionato mondiale di club. E’ possibile.
La Coppa non esiste e si può vincerla pure senza pensarci.
Dentro un senso unico di affermazioni od anche nella salita di storie che si decidono in manciate di minuti.
Tu Gonzalo nel Real Madrid e nel River Plate hai vinto e perso.
Con l’Argentina hai conosciuto la cocente delusione. Quello che ti auguro è la gloria con la maglia bianconera.
Quell’apice di paradiso che Trezeguet non ha toccato.
Quel pezzetto di amore che solo l’incoscienza può far raggiungere.