L’eterna giustizia del dio del calcio

di Andrea Mangia |

No, lo spirito di Lele Adani non mi ha improvvisamente colto sulla via di Damasco. Niente di tutto ciò. È solo la voglia di dire, una volta di più, a tutti gli sportivi, Juventini e non, che il dio del Calcio ha sempre ragione, e le cose vanno esattamente come devono andare. Traversa di Cuadrado compresa. La fortuna e la sfortuna nel calcio te le crei. Incidono, ma non determinano, quando sei più forte.

Così come gli arbitraggi. Pezzo forse fuori tempo, in un momento in cui tutti vorrebbero parlare di rifondazioni, ripartizioni di colpe, giocatori (o allenatori o dirigenti) da salutare e strategie future. Io invece voglio parlare di attitudine. La stessa attitudine che porta a regalare 3 tempi ad una squadra come il Porto o che erge al 115’ di fronte a Oliveira una barriera composta di giocatori senza un briciolo di mordente ed animus pugnandi. Troppo comoda prendersela con l’arbitro. C’era il rigore su Ronaldo ad Oporto, ce n’era un altro ieri sera sempre sullo stesso CR7 per intervento killer del portiere con piede ad altezza ginocchio. E, badate bene, anche lì il Dio del calcio ci ha messo lo zampino, perché solo per una dinamica inspiegabile il pallone è rimasto tra i piedi di Marchesin.


E allora? Le partite di calcio non sono, come molti stucchevoli commentatori (tifosi) da salotto del nostro calcio vorrebbero farci credere, un’equazione algebrica, un’operazione matematica che esce perfetta applicando le formulette giuste. Una partita di calcio è un flusso di energia in continuo movimento, un’onda che oscilla tra una compagine e l’altra e, in mezzo, ci sta anche il direttore di gara. Centinaia, migliaia di interventi, nel calcio, sono “interpretazione”. Lo stesso, identico intervento in un determinato momento di una determinata partita, su un determinato campo, da parte di un determinato arbitro, può essere valutato diversamente rispetto alla domenica successiva, in un diverso contesto. Prove me wrong. Un arbitraggio non sarà mai oggettivo nel calcio, ma anche esso segue inevitabilmente il “flusso” di una determinata partita, l’energia e l’attitudine emanata da questa a o quella squadra. Anche il linguaggio del corpo di un giocatore influenza un arbitro nelle decisioni. Ecco perché il cosiddetto “fallo di frustrazione” è sempre punito con un cartellino.

In definitiva, concetto ancor più importante, l’arbitraggio è, e sarà sempre, l’alibi dei perdenti. E il Dio del Calcio lo sa, e di ciò se ne fa beffe. La squadra forte, la squadra superiore, mentalmente ancor prima che tecnicamente, non si farà mai condizionare da un episodio sfavorevole, poiché nell’arco di 180 minuti (o di un campionato) i veri valori emergeranno. Valori tecnici, fisici, umani, di sacrificio. Il dio del calcio ha sempre ragione, ed è sempre stato lo sport più bello del mondo proprio per questo motivo, con buona pace di chi vorrebbe vivisezionarlo, passando la metà del tempo, durante le trasmissioni, a polemizzare su questo o quell’intervento, sacrificando spesso immagini che rappresentano un gesto tecnico o un accorgimento tattico. Eleviamoci. Tutti. Chiamiamo le cose col loro nome. La Juventus è uscita dalla Champions perché si è presentata ad Oporto con un atteggiamento tattico e psicologico da incubo.


La Juventus è uscita dalla Champions perché oggi è una squadra vuota e confusa, sulla quale sarà necessario fare più di una riflessione. Il dio del calcio ama il bello, dentro i cuori e così come nelle giocate. E né il nostro cuore né le nostre giocate, ieri, meritavano la sua attenzione e considerazione.

Prendiamo qualche esempio tanto lampante quanto scomodo. Certo, direte voi, chi può negare che durante l’anno del Triplete ci siano stati enormi e ripetuti  errori arbitrali favorevoli all’Inter? Sapete cosa vi rispondo? E allora? C’è qualcuno che nega l’assoluto merito di quella vittoria? Una squadra unita verso un obiettivo in maniera feroce, che è stata un tutt’uno con lo spirito del suo allenatore. Il dio del calcio apprezza anche quello. E Chelsea-Barcellona? Tanti errori. Troppi. C’è qualcuno, sano di mente, che ritenga quella coppa del Barcellona non meritata? Il dio del calcio non avrebbe, quell’anno, accettato alcun vincitore differente da quel Barça, per la coppa dalle grandi orecchie. Ma il dio del calcio è anche equo. Anno 2012, Barcellona strafavorito, buttato fuori da quell’inspiegabile Chelsea di Di Matteo, che è andato a vincere la Finale giocata in casa del Bayern Monaco. In quell’occasione, il dio del calcio non poteva non premiare il cuore enorme di una squadra sulle spalle di un immenso Didier Drogba.


Qual è dunque la ricetta giusta per invertire la tendenza? Entrare finalmente nelle grazie di questo dio del calcio. Con la testa, con la tecnica, con il cuore…e soprattutto con la mente, consapevole che se sei forte, vinci tu. Se non lo sei abbastanza, di riffa o di raffa, non ci sono rigori o pali che reggano… vincono quegli altri.


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