L’errore dell’uomo (allenatore) di Montaigne

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Tommaso Mandriani 

“La presunzione è la nostra malattia naturale e originale. La più fragile e la più soggetta alle calamità tra tutte le creature è l’uomo, e tuttavia è la più orgogliosa.”

Michel de Montaigne

Le parole del filosofo di Bordeaux calzano a pennello sempre e in tutti i campi. Figurarsi in un momento come quello del calcio post-lockdown, nel quale stiamo assistendo a tutto e al contrario di tutto, di fronte allo stupore quasi inerme di allenatori dall’esperienza decennale o che “comunque ne sanno di più” e alle certezze di tutti gli altri, depositari della verità a portata di tasche. Eppure proprio il COVID-19 avrebbe dovuto mostrarci la condizione misera, intesa come limitata nelle proprie possibilità, dell’uomo di fronte all’imperscrutabilità dell’universo. Ma restiamo sul calcio e sulla “pazza” Juve di questi tempi. Non ci siamo. È vero. E questa è la premessa necessaria. Fatta la premessa tuttavia, occorre entrare nel merito e non fermarsi al
#SarriOut o #AllegriOut di turno, tanto caro a coloro che più che juventini dovrebbero definirsi quellochevipare-iani. In tanti infatti nelle ultime settimane si sono lanciati in spiegazioni tecniche, tattiche e caratteriali (pur non potendo vantare la benché minima conoscenza diretta delle cose) per nulla tenere nei confronti di questa Juventus e del curioso modo in cui si fa rimontare con inusitata regolarità. Per carità, sono tutte opinioni degne di essere ascoltate e valutate.

Probabilmente alla base dei frequenti blackout di stagione ci sono delle problematiche strutturali che questa squadra si porta dietro dall’inizio e che sono meritevoli di approfondimento. Quello a cui stiamo assistendo, in questa strana estate di calcio però, esula dalle naturali categorie di pensiero che solitamente impieghiamo. E per questo tanti “addetti” stanno, a mio modesto parere, guardando alla questione dal punto di vista errato. O almeno, non stanno dando il giusto peso a dei fattori in questo momento determinanti e che non hanno nulla a che vedere con i tanto vituperati alibi.

Mi spiego. Le condizioni ambientali e psicologiche che stanno affrontando i giocatori (tutti) dalla ripresa di giugno sono straordinarie e pertanto meritevoli di essere considerate. Nella Psicologia dello Sport si parla di fattori che possono intervenire, ma che spesso non sappiamo o non pensiamo di dover conoscere perché teoricamente al di fuori del nostro controllo. Il meteo, la temperatura, la presenza o meno di pubblico, il tipo di terreno di gioco, e chi più ne ha più ne metta, rappresentano tutte condizioni che, se anticipate e preparate nella maniera opportuna, possono invece offrire vantaggi ad un atleta. Per esempio, l’adagio tanto di moda secondo il quale “è così per tutti” riferito alla differenza di calendario fra una squadra e l’altra si basa su presupposti sbagliati. È vero che, per quanto possibile, tutte le squadre sono poste di fronte alle medesime prove, con orari e giorni di riposo simili. E in questa accezione nessuno è favorito o sfavorito (alibi vade retro!) a prescindere. Ciò che differisce enormemente fra una situazione e l’altra è però come la si affronti. Ed è innegabile che riprendendo a giocare dopo una lunga sosta, durante la quale non ci sono state amichevoli di sorta e i giocatori passavano il tempo per lo più sul divano di casa, e dovendolo fare in piena estate, si tratti di una circostanza mai affrontata prima, un terreno inesplorato.

Ed ecco allora che squadre rimaste in letargo per gran parte della stagione “normale” si presentano alla kermesse estiva in gran spolvero. Il Milan pare il Real Madrid, tanto da mandare al diavolo (…) un progetto serio sul quale si stava lavorando da mesi e mesi. Il Sassuolo gioca come il Barcellona. E persino l’Udinese vista contro la Juve si è mostrata più insidiosa di quanto non sia mai stata storicamente. Una prima considerazione che mi viene da fare riguarda la natura degli obiettivi delle squadre sopracitate: nessuna di queste aveva (ed ha ancora) uno scopo, una ragione per giocare che preveda di essere ancora in piena forma atletica dopo la data del 2 agosto (chiusura del calendario.) L’obiettivo della Vecchia Signora – uno dei due più importanti – ha impressa su di sé la data di scadenza del 23 agosto. Possibile che abbiano fatto preparazioni differenti? Teniamo a mente come si tratti comunque di preparazioni atletiche mai sperimentate prima. È pur vero che esistono invece anche compagini – leggasi Atalanta – che, nonostante si giochino un sogno di mezz’agosto (proprio come la Juve) tutt’altro che banale, sono ripartite a mille dopo la sosta. L’Atalanta è forte. È una bella eccezione. E gioca divinamente al calcio. Ma possiamo immaginare per un attimo cosa abbia significato riprendere la stagione per gli alfieri della Dea? Si gioca per i morti di Bergamo. Si gioca per la storia (la Champions mai vista prima e mai così alla portata.) E perché no? Si gioca senza pubblico e in squadra non ci sono tutti questi campioni abituati a giocare di fronte ai centomila (lo ripeto CENTOMILA) del Camp Nou. Tanto che l’approccio alla massima competizione europea in settembre era stato traumatico, anzichenò. Ma non voglio dire che dipenda da questo. Finirei per essere anch’io presuntuoso e Montaigne non me lo perdonerebbe.

C’è stato il crollo della Lazio, la squadra che forse più di tutte aveva interesse a riprendere le ostilità (di gioco, ovviamente.) E i biancocelesti sono implosi. Qui davvero ci sarebbe da esporre un compendio di possibili fattori psicologici-ambientali o semplicemente atletici emersi a complicare i piani dopo lo stop. Uno dei più visibili anche ad occhio nudo è apparso quello relativo alla condizione atletica. Proprio la condizione atletica ha finito per marcare, come non mai, una netta differenza fra le prestazioni di una squadra e l’altra, mi verrebbe da dire quasi al netto delle differenze tecniche. Di sicuro in questo luglio ha fatto più comodo una gamba allenata che un piede fatato. È andato meglio Rebic di Pjanic. E allora che vogliamo fare? Cacciare Simone Inzaghi (che a momenti si lottava uno scudetto con una rosa nettamente inferiore e un calcio molto più godibile)? Cacciare il preparatore (seppure fosse di fronte ad una situazione che non aveva nulla in comune con tutte quelle affrontate precedentemente in carriera)?

La Juventus di Udine è sembrata ordinata per un tempo, seppure mai troppo pericolosa. Dybala e compagni erano in controllo, anche se ignoravano persino il colore del manto erboso dell’area degli uomini di Gotti. Dopo l’intervallo i soliti pasticci. Due errori in particolare possono rappresentare una fedele fedele fotografia del momento dei bianconeri. Prima del pareggio, su un imbucata di Fofana per il solito Nestorovski, Danilo ha completamente omesso di coprire la corsia centrale dopo l’uscita dei difensori centrali sul pallone, lasciando l’attaccante avversario a tu per tu col proprio portiere. Non credo sia stato l’allenatore a suggerire al brasiliano tale sciagurato movimento. Probabilmente dobbiamo guardare più alla sufficienza con cui il terzino compie il ripiegamento difensivo. Che poi è la stessa noncuranza mostrata da Bentancur e Ramsey nel rientrare in occasione del goal del pareggio. Qui è impossibile non notare quanto tempo impieghi il buon Alex Sandro a tornare in posizione. Letteralmente non riesce a correre. Non ce la fa. E così Nestorovski è completamente solo e libero di colpire. Personalmente faccio fatica a vedere la responsabilità della guida tecnica in tutto questo. Emerge piuttosto ai miei occhi di semplice osservatore una forma atletica non impeccabile e una assoluta incapacità di mantenere la concentrazione sulla partita per tutti i 90 minuti. Entrambe considerazioni leggermente diverse da quelle di natura puramente tecnica.

Si gioca ogni 3 giorni (accumulo di fatica, impossibilità di allenarsi), spesso con temperature non ottimali e in un momento in cui la Juventus avrebbe probabilmente disputato la sua prima amichevole contro il Melbourne e il Tigres. L’unica costante… probabilmente le critiche che sarebbero piovute su Sarri. Visto che ci piace tanto snocciolare come una poesia di Ungaretti i numeri nefasti della Juve post- COVID, i peggiori di sempre, teniamo a mente anche lo score casalingo in campionato: 17 giocate, 15 vinte e 2 pareggi. Adesso proviamo a pensare alla Samp. Solo alla Samp però. Perché così col Lione potrebbe non bastare.


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