Le vere radici del declino bianconero

di Gianlorenzo Muraca |

Le radici del declino bianconero sono molto più profonde di quanto si pensi. L’incredibile eliminazione col Porto è solo l’ultimo puntino di una parabola discendente che non è certo iniziata quest’anno, è il frutto di un percorso che volge inesorabilmente al crepuscolo. L’anomalia risiede semmai nel fatto che ci volga adesso, al decimo anno, e non al settimo o all’ottavo, come sarebbe stato fisiologico e lecito attendersi.

È inutile fare ora un processo per dare la caccia ai responsabili, sarebbe un’operazione sterile che non porterebbe a nulla, sia perché si rischierebbe di individuare quelli sbagliati, sia perché sarebbe comunque anacronistico tentare di rimediare. Che siano stati fatti degli errori è evidente, altrimenti non saremmo qui a parlarne, ma pensare che questi errori risalgano solo a questa stagione e ricercare i colpevoli nei protagonisti di quest’ultima sarebbe uno sbaglio ulteriore.

Le scelte steccate sono state tante (spoiler: prendere Cristiano Ronaldo non è tra queste). Partono dal progressivo depauperamento del centrocampo post Berlino e terminano con il fallimento della rivoluzione estetica di Sarri, passando per la discutibile gestione delle plusvalenze intrapresa con l’affare Pogba, che ci ha poi obbligato negli anni a venire a privarci di tanti giovani solo per ragioni finanziarie e non tecniche, per il sanguinoso pagamento della clausola di Higuain, vero misfatto delle casse bianconere per un quinquennio, e per tutto il post Cardiff, in cui, anziché intraprendere una campagna di rinnovamento della rosa dopo la seconda finale persa, la si è continuata a invecchiare, credendo di essere vicini alla meta. E, invece, inevitabilmente ce ne siamo allontanati, vuoi perché calciatori su cui si era investito tanto non si sono dimostrati all’altezza dei soldi spesi (Douglas, Bernardeschi), dei predecessori (Pjanic non era Pirlo, Matuidi e Khedira non erano Pogba e Vidal) o di entrambi (Higuain non era Tevez e non si è dimostrato un centravanti da 94 mln), vuoi perché molti senatori non c’erano più e altri iniziavano ad avere qualche anno di troppo.

Nonostante questa lunga serie di scelte sbagliate o, quanto meno, rivedibili, si è avuto il grande merito di posticipare quanto più possibile l’anno zero, continuando a macinare trofei e mascherando una discesa che pian piano iniziava a dare qualche segnale (si pensi ai due 3-0 subiti da Barça e Real nella CL 17-18, sconfitte sonore che fino ad allora non avevamo mai incassato, piuttosto che allo scudetto dello stesso anno, vinto per grazia divina).

In tutto ciò, si inseriscono due congiunture astrali inimmaginabili, che ci hanno fuorviato da quel declino, rimescolando le carte in tavola: l’arrivo di Cristiano Ronaldo prima e lo scoppio di un’epidemia globale poi. Il primo ha contribuito a procrastinare l’arrivo del buio portando la luce della sua grandezza, illudendoci che la sua presenza fosse non solo sanante ogni problematica, ma anche sufficiente per riportarci sul tetto d’Europa, spingendoci a sopravvalutare una squadra che conservava (e tutt’ora mantiene) enormi defezioni strutturali. La seconda, invece, ha totalmente stravolto il mondo, ivi compreso quello dello sport e del calcio, aggiungendo ulteriori ostacoli (distruzione dei bilanci, infittimento dei calendari, chiusura degli stadi ecc) che si sono rivelati fatali per mettere KO un pugile già sanguinante da diverso tempo.

Ed è così che la Juve arriva all’annus horribilis, nel trambusto e nello stupore generale, come se ci si svegliasse solo adesso dal sogno di poter vincere in eterno. Già, perché fra tutti gli errori commessi in questi anni ce n’è uno, il più grande di tutti, che abbiamo commesso noi tifosi: quello di ritenere che un anno di vittorie fosse un trionfo e che nove fossero solo una statistica.

Abbiamo ora l’opportunità di cancellare i nostri errori e di ripartire con stessa fame e determinazione di sempre, realizzando finalmente che vincere per nove anni è un’impresa indescrivibile, nonché l’unica vera anormalità di un percorso sportivo che, per definizione, prevedrebbe l’alternanza di vittorie e sconfitte.


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