Le quattro giornate di Napoli

di Claudio Pellecchia |

Napoli

Partiamo dal campo, che è sempre la parte più facile oltre che la migliore. Che ha raccontato di una Juventus che ha giocato bene 90 minuti su 180 (i primi 30 della gara di campionato e i primi 60 di quella di Coppa Italia) portando via da Napoli un punto e una qualificazione ben più sofferta di quanto non dica il complessivo 5-4 finale con tanto di due gol in trasferta. Al Napoli applausi, qualche rimpianto, la sensazione che non manchi poi molto per competere ad altissimi livelli.

In un mondo normale, in cui il calcio è solo calcio e le partite finiscono al novantesimo, ci potremmo anche fermare qui. Purtroppo, però, c’è, c’è stato e, ahimè, ci sarà anche tutto il resto. Che con il calcio non c’entrerebbe nulla se non fosse che la faccenda della “metafora della vita” è stata presa un po’ troppo sul serio. Soprattutto da queste parti. Perché, credetemi, vivere le “quattro giornate di Napoli” (sic transit gloria mundi), a Napoli, è stata un’esperienza. Non per forza negativa, certamente esemplificativa di come mentre fuori scorra il 2017 e il ventunesimo secolo, dentro si sia ancora arroccati su ideologie che non avrebbero più motivo d’essere già nella vita normale, figuriamoci nel calcio, ormai l’ambiente globalizzato per eccellenza. Non si tratta nemmeno della sterile polemica di una città difesa allo stadio (dall’invasore sabaudo, of course) e non in altri, più pressanti, ambiti, ma di schemi mentali e posizioni culturali che farebbero sorridere se non fossero alimentate in maniera proditoria da pseudo-intellettualoidi dal benaltrismo storico facile o da politicanti di quart’ordine alla ricerca di facili consensi e, perché no, di qualche voto in più.

Come se non bastassero i giornalisti dal tweet facile (che, poi, si sorprendono quando gli si fa notare che certi episodi sono frutti del loro essere deontologicamente e professionalmente rivedibili), i sindaci tendenti alla masaniellitudine non richiesta alla vigilia di un evento che non aveva bisogno di ulteriore benzina sul fuoco, i membri della Commissione Antimafia che ritengono degno di vanto l’esprimersi come l’ultimo frequentatore del mai troppo vituperato “bar sport” in spregio al ruolo istituzionale che si occupa, arrivano, poi, le persone comuni. Quelle che mi e ci circondano. Cariche di un odio che, in mancanza di radici sportive (lo aveva già spiegato Francesco Alessandrella qui), cerca una giustificazione in ragioni storiche che, se realmente trasponibili all’interno del rettangolo verde, ridurrebbe Napoli-Juventus in un infinito 1vs1 tra Insigne e Marchisio. Un simile contesto, sociale più che tifoso (badando sempre a non generalizzare), non può che partorire episodi del genere o esternazioni di questo tipo (a proposito: complimenti per il tempismo, soprattutto in relazione ai recenti accadimenti delle ultime ore), in una gara a chi fa peggio: tanto, mal che vada, si può sempre ricorrere al “e allora gli altri?” che fa tanto Prima Repubblica.

C’è, poi, l’esaltazione della normalità (quindi la civiltà dei tifosi del Napoli nella contestazione a Higuain, rimasta circoscritta i fischi e agli insulti di prammatica, comunque rientranti nella normale logica del tifoso che si sente tradito) che non è mai un bene, perché potrebbe essere interpretata come il segnale di qualcosa che non funziona di suo (tanto da richiedere l’impiego di 1200 agenti delle forze dell’ordine per evitare problemi) e l’insana follia che trasforma gente degna di stima in qualcuno che ti toglie il saluto dalla domenica mattina al giovedì perché, per quei quattro giorni, tu sei “il nemico”: anche se non hai mai mancato di rispetto a nessuno, anche se non sei di quelli che prendono in giro gli sconfitti, giocando pericolosamente sul filo dell’emotività. Una forma riveduta e corretta del “con me o contro di me” in grado di trasformare in dettaglio la partita stessa che, come al solito, è la parte migliore di tutto questo scialbo carrozzone.

E adesso che è finito tutto (finalmente) quasi mi sorprendo nel provare sollievo. Non quello che accompagna la consapevolezza di essersi messi alle spalle un duplice impegno contro un avversario temibile e che ti darà filo da torcere anche in futuro, ma quello derivante dal fatto che, almeno fino all’anno prossimo, non si parlerà di Borbone e Savoia, di Nord e Sud, di buoni e cattivi, di appartenenza e apolidismo, brigantaggio e questione meridionale, per un posticipo di Serie A. Certo, c’è a chi piace anche questo: ma sarebbe da chiedersi se non ci si trovi dalla parte sbagliata della barricata. Non perché tifosi dell’una o dell’altra, ma perché incapaci di dare il giusto peso alle cose della vita.