Le plusvalenze sono il male? Facciamo chiarezza

di Leonardo Dorini |

Molto frequentemente, con vari accenti e diverse enfasi, si parla di “plusvalenze” nel mondo del calcio, spesso con accezione negativa (avrete senz adubbio sentito parlare di Plusvalentus…); la Gazzetta dello Sport torna in queste ore sul punto indicando in circa 2,7 miliardi il valore complessivo delle plusvalenze in serie A in cinque anni (dal 2013-14 al 2017-18), con 331 milioni riferibili alla Juventus.

Forse è il caso di tornare sul concetto che di per sé non è affatto negativo, anzi: si tratta di un normale fatto gestionale e contabile, la cui evenienza di per sé è totalmente fisiologica, ma che può anche assumere aspetti deteriori…come tutte o quasi le cose della vita.

Molto semplicemente, torniamo a spiegare il concetto: se un Club acquista un giocatore a 100 e gli fa un contratto di 5 anni, il diritto alla prestazione sportiva pagato 100 transita per 20, un quinto, ogni anno a conto economico; quindi ogni anno il valore contabile del giocatore (o meglio del diritto a sfruttare le sue prestazioni sportive) cala di 20: alla fine del primo anno sarà 80, poi 60, ecc.

Se il giocatore alla fine del secondo anno viene venduto per 100, si ha una plusvalenza di 40 (poiché 60 è il residuo valore contabile, ma il Club introita 100); questi 40 transitano a conto economico e creano la voce di fatturato cosiddetta di “players trading” (p.t.).

E’ giusto, e saggio, che i Club cerchino di incrementare la voce di ricavi non relativa al p.t., perché si tratta di ricavi ripetitivi e tendenzialmente costanti nel tempo: le sponsorizzazioni, i diritti TV, il merchandising i ricavi da match day devono incrementarsi al di là e a prescindere dal fatto che vi siano plusvalenze, perché si ritiene che queste ultime non possano essere ripetitive.

Ma sotto determinate condizioni, e alla Juventus si sta andando sempre di più verso questa direzione, anche il p.t può essere elemento stabile e ripetitivo di ricavi: rosa molto profonda, pluralità di squadre, anche giovanili, molto attenzione alle scuole di calcio, osservatori che analizzino i campionati minori, anche all’estero, creazione di una “cantera” sono tutti elementi che possono rendere stabile la voce delle famose e famigerate plusvalenze, che quindi non sono un fatto negativo, ma positivo.

Ed infatti, nella stagione conclusa lo scorso 30 giugno, la Juventus dovrebbe aver registrato circa 130 milioni di p.t., fra l’altro senza cedere top players, segno che anche alla Continassa si stanno creando le condizioni per rendere questa gestione stabile nel tempo.

Ovviamente, ci possono anche essere risvolti deteriori, come gli scambi fra giocatori tenendo valori artificialmente alti o i cosiddetti diritti di recompra, che però sono stati recentemente riformati.

Insomma, come sempre, bisogna fare attenzione ed essere equilibrati; giusto denunciare rischi di “bolle speculative” e falsi in bilancio (ma su questo sono le procure a dover indagare), ma occhio a non confondersi con evoluzioni virtuose di gestioni industriali moderne anche nel calcio.