Le lacrime della vittoria hanno un sapore diverso

di Sandro Scarpa |

 BARZAGLIONE  

Andrea Barzagli, l’ultima gara in casa, alla Juve, davanti al suo popolo. I sorrisi dei compagni, poi la gara, tosta anche se “inutile” -ma alla Juve nessun minuto è mai inutile- contro avversari ancora in corsa, poi la sostituzione. Sai già che sarebbe arrivato quel momento eppure… giocando, rincorrendo avversari, spazzando, difendendo la porta come in tutta quella tua vita, quasi non ci pensavi più.

Il fischio. Sai che è la tua ultima corsa sul prato, ti volti e leggi il tuo numero e a quel punto lo Stadium è in piedi, è solo per te. L’adrenalina della gara scorre via e arriva la botte forte dell’emozione a riempirti e svuotarti. Gli applausi, gli abbracci dei compagni in campo, quelli in panchina, le strette di mano, gli sguardi, ancora i sorrisi, ma questa volta col retrogusto della fine, o un nuovo inizio, Bonucci, Chiellini, l’abbraccio con Allegri, che -come te- sta provando le stesse emozioni, forse più “solo”.

Le lacrime. Il giro di campo. La tua gente. La tua vita. La Juventus.

12 mesi dopo le stesse identiche immagini di Gigi Buffon, ancora più commoventi, più significative.

Anni dopo quel leggendario giro di campo di Alex Del Piero. Il più emozionante di sempre, per noi.

Andrea Barzagli lascia la Juve e il calcio. Come Daniele De Rossi lascia la Roma. Ultimi 2 campioni del mondo. Quanto è stridente il contrasto? Barzagli lascia da vincente con onori, applausi ma soprattutto condivisione con la società. De Rossi annuncia la scelta della società, non condividendola, brutale. Anche a Daniele la gente della Roma tributerà un applauso ed un abbraccio interminabile e commovente come già successo con Francesco Totti. Ancor più di Barzagli per la Juve, De Rossi è stato il Capitano e simbolo, di Roma e della romanità, così come Totti era stato per la sua gente un Dio.

 ADDII DIVERSI  

Ma quanto sono diverse queste separazioni? Anche Del Piero, come Allegri, subì una scelta non condivisa dalla società come i due romanisti. Ma l’addio è stato totalmente diverso, per modi, per tempi, per pathos, per frizioni. Le parole di De Rossi sono totalmente diverse da quelle di Allegri, eppure erano due uomini convinti di poter dare tanto alla causa del loro team. Sono due giganti del microfono, accettano la decisione, ma De Rossi sa di essere superiore in termini di attaccamento alla maglia e alla società di quella stessa Presidenza e Dirigenza che lo sta facendo fuori, ed ha sicuramente ragione, il tifo e l’ambiente lo comprendono, sono dalla sua parte. Allegri invece viene congedato dalla società in una inedita conferenza stampa tra battute, lacrime e amicizia, Presidente e Allenatore uscente, una coppia di strani amici che si celebrano a vicenda. Lì c’è la Juve, la Famiglia che celebra un allenatore mentre lo destituisce, nella conferenza di De Rossi c’è una società inesistente che si muove nell’ombra.

Totti lasciò in modo iper-commovente, viscerale, teatrale, dopo mesi di continui battibecchi e balletti, con Del Piero ci fu una settimana (e un videomessaggio) di polemiche, poi tutto finì in modo bello, spontaneo e vibrante con quel giro di campo. Per gli addii dei romanisti resta dentro quello strascico del “non doveva finire così, non doveva finire“, per gli addii degli juventini, dei grandi Juventini di questo ciclo, la fine è invece una catarsi: doveva finire così, giusto così, bellissimo così. Quello che, ad esempio, non è successo per Marchisio, per una decisione che andava forse presa, di comune accordo, molto prima della fine dello scorso anno. Avere un Presidente, erede di una famiglia che, da tutta la vita è dietro ad una SpA avveniristica e lungimirante, dà alle scelte, anche quelle dolorose, tutt’altro spessore.

 SALUTARE VINCENDO  

Soprattutto, ciò che ha separato l’addio di Del Piero, Buffon, Barzagli, Allegri e, speriamo ancora tra molti anni, Chiellini, rispetto all’addio dei due giallorossi, o anche quello di altri grandissimi del nostro calcio, come Zanetti, Maldini o il nostro Nedved è LA VITTORIA.

La bellezza dei sorrisi, delle lacrime e della commozione in una separazione tra un club, un popolo e i suoi idoli di lungo corso è totalmente diversa se quell’addio avviene in un contesto di vittoria, di celebrazione. Quanto è stato bello, in questi ultimi anni lo “schema”: giro di campo, applausi e festa Scudetto? Quanto fu triste congedarsi da Nedved (o Camoranesi, Trezeguet, Pessotto, per tacere di altri) nell’anonimato di campi di provincia o in uno stadio freddo e svuotato di trionfi?

Vincere, fino all’ultimo minuto della strada insieme, è l’unica cosa che rende un addio più gioioso. Ricordiamocene quando penseremo a qualsiasi tipo di vittoria come scontata o meno entusiasmante.