Le classiche: Lazio-Juventus 3-4 1994/95

di Francesco Andrianopoli |

11 DICEMBRE 1994
Nelle cronache italiane tengono banco le dimissioni di Antonio Di Pietro, che da pochi giorni ha lasciato la magistratura per evitare di essere “tirato per la giacca”; sui giornali si parla di timori per i conti dello stato, a causa delle fluttuazioni dei tassi d’interesse, di una sentenza della Corte Costituzionale che boccia la riforma delle pensioni e degli aiuti pro-alluvionati del Piemonte; la politica estera è dominata dai timori per le iniziative militari della Russia, che a fine Novembre ha lanciato una operazione militare in Cecenia per reprimere, con quella che verrà ricordata come “la battaglia di Grozny”, le sue richieste di indipendenza; a Montecarlo, nel galà conclusivo della stagione, si festeggia il giovane Michael Schumacher, appena laureatosi campione in carica nel mondiale di Formula 1 per un solo punto su Damon Hill, e si piangono le morti di Ayrton Senna e Roland Ratzenberger.

INTRO

E’ il primo campionato con i tre punti a vittoria: per la Juve si è appena chiusa l’epoca Agnelli (Gianni)-Boniperti, ed è iniziata quella Agnelli (Umberto)-Triade; sono arrivati Lippi in panchina, Ferrara, Deschamps, Paulo Sousa e Tacchinardi in campo, per sfidare il Milan degli “Invincibili” di Capello.

I rossoneri dominano a livello italiano e internazionale ormai da anni, e hanno pure richiamato alla base Ruud Gullit, ceduto alla Samp nella stagione 1993/94 considerandolo in declino, e subito riacquistato dopo una stagione sensazionale dell’olandese, che in blucerchiato gioca da libero, regista, trequartista, punta, spesso contemporaneamente nella stessa partita, trascinando la squadra genovese al terzo posto e alla conquista della Coppa Italia.

Le altre contendenti sono più che agguerrite: la Samp ha voglia di confermare il posto sul podio, cede Pagliuca all’Inter, ma acquista Zenga, Ferri e Mihajlovic; la Lazio del capocannoniere Signori, reduce da un ottimo quarto posto, sceglie come allenatore il visionario Zeman e si rinforza ulteriormente con Venturin, Chamot e Rambaudi; anche l’ambizioso Parma di Scala e Zola si candida alla lotta per le posizioni di vertice, aggiungendo alla squadra che ha ottenuto il quinto posto Fernando Couto e Dino Baggio; la Roma di Mazzone e Moriero si affida a una difesa impenetrabile, e inizia a mettere in mostra un certo Totti, e la neopromossa Fiorentina affianca al capocannoniere della serie B Gabriel Batistuta un giovane portoghese di nome Rui Costa.

Il Milan parte piano, subisce due clamorose sconfitte a Cremona e Padova, e i dissapori interni allo spogliatoio (che porteranno a un nuovo divorzio con Gullit) fanno capire che gli Invincibili non sono più tali; al loro posto volano il Parma, che vince 5 delle prime 6 partite, e la Roma, che nei primi tre mesi della stagione si contendono i primi due posti.

La Juve non impressiona e parte in sordina, perde inopinatamente contro il Foggia di Catuzzi alla sesta giornata, ma riesce a scacciare le critiche uscendo con i tre punti da Cremona grazie a una magica rovesciata di Vialli che sblocca una partita rognosa su un terreno pesantissimo; la squadra bianconera cambia volto e batte consecutivamente Milan, Reggiana e Padova, poi trionfa in rimonta sulla Fiorentina, da 0-2 a 3-2 con il gioiello finale di Del Piero, ma nel frattempo si trova comunque ad inseguire (il derby di Torino viene rinviato a Gennaio a causa dell’alluvione in Piemonte) e perde Baggio per cinque mesi a inizio dicembre.

L’11 dicembre, tredicesima giornata, il big match è Lazio-Juve: il Parma nel pomeriggio ha pareggiato in casa del Genoa, e quindi con una vittoria la Juve completerebbe la rimonta e si troverebbe, per la prima volta, in testa alla classifica; la Lazio, per parte sua, ha il miglior attacco del campionato e vuole rientrare nel treno di testa, da cui ha perso qualche lunghezza a causa della sconfitta 0-3 nel derby.

LE DISPOSIZIONI IN CAMPO

La Lazio deve fare a meno di Di Matteo e Boksic, mentre la Juve è priva di Baggio, Deschamps e Vialli.

Zeman schiera il suo classico 4-3-3, con Marchegiani in porta, l’elegante coppia centrale difensiva Chamot-Cravero, gli stantuffi Negro e Favalli a destra e sinistra, Venturin davanti alla difesa, Winter e Fuser interni, Signori e Rambaudi larghi a destra e a sinistra a supporto del centravanti Casiraghi; è una squadra zemaniana nel senso più puro del termine, gioca un calcio utopico ed è in grado di straordinarie vittorie (all’Olimpico in stagione batterà 4-0 il Milan, 5-1 il Napoli, 4-1 l’Inter, 7-1 il Foggia, 8-2 la Fiorentina) e inopinate battute d’arresto.

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Lippi mette in campo la difesa titolare Ferrara-Kohler-Carrera-Orlando davanti a Peruzzi, ma le assenze dal centrocampo in su gli impongono la rinuncia al tridente: opta per un centrocampo a rombo con Paulo Sousa volante, Conte e Tacchinardi mezzali, Marocchi enganche alle spalle di Ravanelli e Del Piero; è però una formazione asimmetrica, in cui Orlando sale molto più di Ferrara e Conte gioca molto più largo e alto di Tacchinardi; Marocchi non gioca centrale, tendendo a gravitare sulla parte destra del campo a supporto di Conte, mentre Del Piero si allarga preferibilmente a sinistra.

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LA PARTITA

PRIMO TEMPO
La prima occasione è della Juve: Del Piero batte corto un angolo per Orlando, che pennella un perfetto cross per la testa di Ravanelli, ma Marchegiani blocca in tuffo basso alla sua sinistra; sul rinvio lungo dello stesso portiere, Kohler tocca all’indietro con sufficienza di testa, Casiraghi si avventa sul pallone e si scontra con Peruzzi, chiedendo il rigore, ma Bazzoli non glielo concede; Paulo Sousa guadagna un giallo su Cravero, che lo stende dopo un dribbling secco a centrocampo.

Il ritmo è forsennato, le squadre pressano alto e giocano sempre in verticale, generando ribaltamenti continui, anche se talvolta confusionari.

Al 18′, su un cross morbido di Rambaudi, Casiraghi salta altissimo e colpisce di testa con incredibile potenza, costringendo Peruzzi a un prodigioso salvataggio in tuffo sulla sua sinistra.

Al 20’ si sblocca la partita: Chamot serve in verticale Casiraghi, che viene incontro al pallone e scambia stretto con Winter; delizioso esterno destro della mezzala olandese per Signori defilato a sinistra, che salta secco Ferrara e serve al centro per l’accorrente Casiraghi: Peruzzi intercetta con un guizzo dei suoi, ma sulla respinta il più veloce è Rambaudi, che trasforma il classico rigore in moviment.

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La Juve reagisce subito, e nei minuti successive si gioca soltanto nella metà campo della Lazio: al 24’ una verticalizzazione di Ravanelli buca il fuorigioco alto di Zeman, Del Piero è solo davanti a Marchegiani e lo salta secco, ma Negro con un gran recupero spazza via; un minuto dopo un cross dalla tre quarti trova Casiraghi solo sulla destra dell’area bianconera: stop di petto e tiro al volo, però altissimo.

Al 28’ Cravero esce palla al piede dalla sua metà campo dopo un bell’anticipo, avanza fino al limite dell’area avversaria e viene fermato da Ferrara: Conte cerca di rilanciare l’azione lanciando lungo, ma Cravero, con una clamorosa ingenuità, ferma il pallone con la mano, guadagnandosi il secondo giallo.

La Juve alza ulteriormente il ritmo, ma la Lazio non si tira indietro: al 29’ ci sono di nuovo due azioni in un minuto, una per parte con Conte e Rambaudi che calciano a botta sicura da dentro l’area, ma entrambe le conclusioni vengono bloccate dai rispettivi portieri in presa plastica.

La partita è troppo selvaggia anche per Zeman, che al 33’ corre ai ripari inserendo Bergodi al posto di capitan Signori, che accoglie la sostituzione con una raffica di blasfemie non proprio natalizie; Rambaudi si sposta a supporto di Casiraghi, giocando da seconda punta; Lippi risponde sostituendo il centrale difensivo Carrera con la stella della Primavera, il fantasista Grabbi, e passando al 4-3-3: Tacchinardi diventa centrale difensivo, Marocchi mezzala sinistra, mentre Grabbi e Del Piero si posizionano larghi, rispettivamente a sinistra e a destra, ai lati di Ravanelli.

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Passa meno di un minuto, e al 36’ la Juve trova il pari: Orlando sale in progressione, salta un uomo e mette un intelligente pallone tagliato alle spalle della difesa laziale; Del Piero si inserisce nella terra di nessuno tra Favalli e Winter, stoppa di petto e anticipa con la punta del piede Marchegiani in uscita.

La Lazio non si arrende, alza ulteriormente la difesa, e negli ultimi 10’ del tempo tiene sotto pressione la Juve, guadagnando un angolo dopo l’altro, ma senza mai rendersi veramente pericolosa; al 46’ la difesa laziale esce male su una situazione di palla scoperta, e Sousa mette in porta Ravanelli con un lancio illuminante, ma Penna Bianca spara sul corpo di Marchegiani in uscita.

Finisce un primo tempo bellissimo, di rara intensità, che ha visto le squadre creare almeno 5-6 nitide palle gol a testa; difficile immaginare che le squadre possano mantenere questo ritmo, ma la seconda frazione sarà altrettanto bella e avvincente.

SECONDO TEMPO
Dopo pochi secondi, un ottimo esempio dell’utopia zemaniana: ancora un’uscita a palla scoperta, ancora un pallone telecomandato di Paulo Sousa a tagliarla fuori, ancora un pallone invitante di Orlando alle spalle della difesa laziale, che questa volta riesce a non farsi sorprendere:

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Dopo questo spavento, la Lazio arretra e la Juve riprende coraggio, alzando il baricentro e ritrovando il controllo del gioco: al 6’ Del Piero va via sulla estrema destra e mette al centro, ma Grabbi spara alle stelle; un minuto dopo l’ennesimo cross di Orlando non viene sfruttato; un altro minuto e arriva il gol del vantaggio.

Antonio Conte arpiona un lancio di Chamot su punizione, scambia con Grabbi, entra in area e serve un pallone sul secondo palo per l’inserimento di Marocchi: è il 2-1, e la Juve non si volterà più indietro.

La Lazio non si arrende, e inizia a sfornare un cross dopo l’altro nell’area bianconera, dove Casiraghi, Kohler e Ferrara iniziano un duello rusticano d’altri tempi; la Juve, per parte sua, non cerca di addormentare la partita, ma tiene il ritmo alto e gioca sempre per la verticalizzazione nel tentativo di innescare le punte in 1 contro 1.

La stanchezza di una partita giocata a ritmo infernale inizia inesorabilmente a farsi sentire: la fase centrale del secondo tempo vede molti errori in fase di impostazione da entrambe le parti, la gara si fa più confusa e nessuna delle due compagini riesce a dare ordine al proprio gioco.

Ci pensa Del Piero a chiudere il discorso, con uno dei suoi gol più celebri: si prende il pallone direttamente sulla tre quarti, va a isolarsi sulla sinistra contro Venturini e Negro, li salta in scioltezza e pennella un destro all’incrocio imprendibile per Marchegiani:

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Una rete iconica, di quelle che accompagneranno per sempre il suo nome e la sua carriera.

La Lazio è battuta, ma non sconfitta: i biancazzurri si lanciano ancora all’assalto, spinti dalle incursioni di Winter e Fuser, che da veri carrilleros alla sudamericana cercano di legare insieme due reparti ormai spossati, con i terzini che non ce la fanno più a salire e gli attaccanti che non ce la fanno più a rientrare.

Al 36’ la Juve segna ancora, sempre con il solito giochino: palla indietro di Ravanelli, palla avanti di prima di Del Piero a prendere in controtempo la difesa laziale che sale a palla scoperta; è Grabbi a beneficiare della giocata, si trova solo davanti a Marchegiani e non sbaglia.

Torinese, nipote d’arte (il nonno fu scudettato con la Juve nel 1926), cresciuto a due passi dal Comunale, Grabbi a 19 anni segna così la sua prima rete in serie A, e i tifosi la accolgono come il segnale dell’avvento di un nuovo Del Piero; sarà però anche l’ultima, a causa del morbo di Ledderhose, o fibromatosi plantare: un ispessimento della pianta del piede, che lo costringe, poco dopo, a una lunga serie di operazioni per ricostruirgli letteralmente il piede e permettergli di camminare, facendo deragliare inevitabilmente la sua carriera, che proseguirà con pochi acuti e tante partite saltate, dopo una parentesi solo formale al Blackburn, nelle serie minori.

All’Olimpico nel frattempo manca una manciata di minuti al fischio finale, ma la Lazio vuole ancora onorare quella che è stata una grandissima partita, riuscendoci in pieno: la Juve si fa presuntuosa, Ravanelli tira in porta ogni pallone che riceva, all’inseguimento del gol personale, e la difesa cerca leziosamente di uscire palla al piede dalla propria area; all’85’, su una di queste giocate, Favalli ferma Del Piero poco oltre il limite dell’area bianconera, sul rimpallo la palla finisce a Rambaudi, che attira su di sé Tacchinardi e Kohler e serve a Casiraghi la facile palla del 2-4; la Juve continua a gigioneggiare e perde molti palloni in modo lezioso, finché al 92’, dopo un’altra respinta supponente della Juve in area, questa volta di Tacchinardi, Fuser raccoglie al limite dell’area e segna con un colpo da biliardo all’angolino basso.

C’è ancora tempo per un ultimo brivido, un geniale filtrante di Winter per Rambaudi, su cui Peruzzi è costretto all’uscita bassa, e poi si chiude il sipario.

IL DOPO-GARA

I giornali esauriscono le scorte di iperboli e superlativi per Del Piero, che nella notte dell’Olimpico passa da promessa a certezza del calcio italiano: “Giù il cappello, passa Del Piero” (La Repubblica, che negli articoli lo definisce un simil-Zico); “Del Piero incendia la notte della Juve” (La Stampa); “Magie di Del Piero, la Juve vola” (Corriere della Sera); Lippi gongola, ma mantiene un profilo molto basso “Stiamo attraversando un momento buono. Tuttavia, appena rientrati negli spogliatoi, non ho mancato di far loro rilevare che una squadra ermamente intenzionata a battersi per lo scudetto, come la nostra, non può incassare due reti nei cinque minuti finali”.
La Juve, ormai consapevole della propria forza, diventerà campione d’inverno l’8 gennaio, battendo proprio il Parma al Tardini, e poi ucciderà il campionato tra febbraio e marzo, accumulando un vantaggio tale da rendere irrilevanti la sconfitta nel recupero del derby e un paio di scivoloni, come quello casalingo contro il Padova; la festa scudetto arriva il 21 maggio, quando i bianconeri annichiliscono il Parma e i ducali finiscono per perdere anche il secondo posto, conquistato proprio dalla Lazio all’ultima giornata.

LE PRESTAZIONI DIMENTICATE

In casa Lazio lasciarono il segno la velocità di Rambaudi, la grinta e l’esplosività di Casiraghi, la disciplina tattica di Fuser ma soprattutto la classe purissima di Winter, giocatore a tutto campo che rientrava a tamponare le (frequenti) falle che si aprivano in difesa e subito dopo si sganciava in avanti a dare fosforo a una squadra con tanta corsa e poca qualità.

Aron Mohamed Winter: nero, nato nel Suriname, un nonno cinese e un’altra indiana, un nome ebreo e uno musulmano; un incredibile melting pot di etnie e religioni che non poteva andare giù alla disgustosa frangia estremista del tifo laziale.

Al suo arrivo fu accolto da un perentorio “Winter raus” scritto a caratteri gotici sui muri del campo di allenamento, i primi mesi furono un incubo di minacce telefoniche e insulti; ma Winter, mite e riservato, nonostante la paura riuscì a tenere duro, e a diventare addirittura un idolo dei tifosi che lo insultavano, chiudendo la sua carriera laziale con 21 reti in 123 partite, prima di andare all’Inter a guadagnare meglio e vincere una Coppa Uefa.

Per Alessandro Orlando, giramondo che cambiò 9 volte squadra nelle sue 11 stagioni in serie A, la stagione 1994/95 rimase la prima e l’unica in bianconero, con solo 13 presenze in campionato.

In quella notte di Roma, in cui Del Piero attirò definitivamente l’attenzione del mondo, Orlando fu uno dei migliori: difensivamente riuscì a reggere l’impatto con un funambolico maestro dell’1 contro 1 come Rambaudi, e in attacco giocò in costante supporto agli attaccanti, lasciando partire illuminanti cross e lanci lunghi a tagliare in due la difesa laziale.

Quella settimana fu senza dubbio la migliore della sua breve carriera bianconera: una settimana prima di Lazio-Juve, sempre dal suo piede arrivò anche il perfetto lancio di 40 metri su cui Del Piero segnò il memorabile gol alla Fiorentina; Pinturicchio dipinse un capolavoro della storia del calcio italiano, ma Orlando, meteora dimenticata, anche in quella occasione gli mise il pennello in mano.