Le ali della libertà (di Quagliarella)

di Claudio Pellecchia |

Quagliarella

In The Shawshank Redemption (in italiano Le ali della libertà, film del 1994 inserito dall’American Film Institute nella lista delle 100 migliori pellicole statunitensi di tutti i tempi) il protagonista Andy Dufresne impiega circa vent’anni per riprendersi ciò che la sorte gli aveva ingiustamente tolto. Fabio Quagliarella ce ne ha messi molti di meno per uscire dal limbo di astrazione e indeterminatezza in cui la sua triste vicenda umana lo aveva catapultato (non servono ulteriori parole rispetto a quanto raccontato qui), celando il tutto dietro la maschera di chi continua a fare ciò che sa fare meglio: i gol. Tanti (non tantissimi: ha da poco tagliato il traguardo delle 100 reti in A), belli, alcuni decisivi, altri meno, altri ancora segnati perché non se ne poteva proprio fare a meno e perché il professionismo viene prima della fede calcistica, con tanto di gesto di scuse a giustificare l’assunto.

Ecco, se si volesse trovare il fil rouge che tenga unite le perle di un’intera carriera, è da ricercarsi in questo suo continuo scusarsi con qualcuno per il suo essere, semplicemente, un attaccante che fa il suo mestiere. Scuse quasi sempre rispedite al mittente, a prescindere che si tratti della tifoseria che gli dedicò questo dopo averlo applaudito per questo, o di quella che non gli ha perdonato quelle mani giunte sotto la curva B del San Paolo dopo un rigore realizzato.  Vien quasi da pensare che, se non avesse avuto questa sensibilità d’animo (indossa il numero 27 in memoria di Niccolò Galli, amico e compagno delle nazionali giovanili, scomparso nel 2001) e questa forma di (eccessivo) rispetto mai compresa fino in fondo da chi certe cose comunque non le capirebbe, Quagliarella avrebbe vissuto molto meglio. E, forse, avrebbe avuto anche una carriera migliore di quella che lo ha visto andare via di casa a 10 anni per inseguire quel sogno che gli è stato parzialmente strappato via.

Al di là della (facile) retorica da “sport è vita”, comunque, stiamo parlando di un giocatore sui generis, in grado come pochi di coniugare tutto l’antico e tutto il moderno dell’attaccante del XXI secolo. Da questo punto di vista staremmo parlando di un istintivo puro, di uno che obbedisce al brocardo “appena vedi la porta tira” (e Chievo e Atalanta ne sanno qualcosa) e che sa farsi trovare al posto giusto nel momento giusto. Ma c’è molto di più: una tecnica di calcio, anche in acrobazia, incredibile, una capacità di coordinazione per la battuta a rete fuori dal comune, un range di tiro praticamente illimitato e il saper agire, indifferentemente, da prima o da seconda punta senza snaturare le proprie caratteristiche.

Quagliarella dieci anni fa: not much has changed

 

Questo è il giocatore che, nell’estate 2010, arriva alla Juventus, portando in dote un Mondiale in cui non è stato tra i filistei morti con Sansone-Lippi (e trovando il tempo, nel cameo contro la Slovacchia, di siglare uno dei gol più belli della manifestazione) e un rapporto con Napoli e il Napoli finito malissimo per motivi che scopriremo molto dopo. E, nell’epoca storica in cui un tifoso ritiene che un calciatore sia “roba sua” (scelte professionali e di vita comprese), non contribuisce a rasserenare gli animi la conferenza stampa di presentazione, in cui il tutto viene descritto dal diretto interessato come «uno step in più» per la sua carriera. Dettaglio che gli costerà carissimo in termini di disaffezione  della tifoseria partenopea, come dimostreranno i già menzionati striscioni in occasione di un Napoli-Juve in cui, oltre a un Cavani che fa letteralmente quello che vuole della disastrata difesa bianconera, a colpire è la cattiveria con cui si celebra uno degli infortuni più dolorosi che possano occorrere a un calciatore: la rottura dei legamenti, la stessa che Quagliarella ha subito tre giorni prima in occasione della partita contro il Parma, nel primo passo verso il baratro del secondo settimo posto consecutivo. Se fino ad allora, infatti, la Juventus di Del Neri era sembrata troppo bella per essere vera il merito era in gran parte ascrivibile all’uomo da Castellammare di Stabia: un gol di tacco all’Udinese, uno di testa al Milan, la doppietta al Catania, la rovesciata contro il Chievo, per un totale di 9 in 17 presenze.  Fuori lui, tutto buio.

Col senno di poi, si può dire che la (lenta) risalita verso la normalità calcistica e non abbia inizio proprio da lì. Sul campo è Antonio Conte a restituirgli la dignità perduta, aspettandolo oltre ogni logica impazienza di chi è chiamato a vincere subito. Il motivo è molto semplice e va al di là dell’aspetto prettamente umano: tra gli attaccanti a disposizione nel triennio del tecnico leccese, Quagliarella pur essendo probabilmente il meno adatto a un tipo di calcio associativo e costruito su schemi e movimenti da mandare a memoria, è al contempo l’unico capace di sparigliare le carte quando gli avversari adottano le giuste contromisure al piano tattico di giornata. Concetto che trova la sua naturale espressione nella stagione 2012/2013: contro Chelsea in Champions e Chievo in campionato la risolve lui nel giro di pochi giorni, mentre la tripletta al Pescara appare come un futile esercizio di stile in una sorta di tiro al bersaglio collettivo. L’apoteosi arriva nel match contro l’Inter a San Siro, con l’assist per la rete decisiva di Matri e il gol “quagliarellesco” per eccellenza:

Appena vedi la porta, tira…

 

L’arrivo e la successiva inamovibilità di Tevez e Llorente sono il prologo alla cessione al Torino e ad una nuova fase della vita da “girovago del gol” (ad oggi Fabio non è mai rimasto nella stessa squadra per più di tre stagioni consecutive: record stabilito proprio con la Juve, dal 2011 al 2014), condita dai soliti elementi: reti alle tante ex (compresa una nel derby di ritorno del 2014/2015, con i granata che ritrovano il successo dopo vent’anni), mancate esultanze, scuse mai accettate. Con lo Juventus Stadium unico luogo in cui i tifosi del passato non gli rinfacciavano il suo presente. Qualunque fosse.

Almeno fino ad oggi. Quando, cioè, Fabio Quagliarella può davvero dire di essere libero. Libero dal fardello che opprimeva lui e la sua famiglia. Libero di accettare le scuse, per lo più ipocrite, di chi lo ha infamato per anni, rigorosamente a distanza e/o a mezzo social, perché alla Juventus proprio non ci doveva andare (e chi vede quella terribile vicenda umana come unica spiegazione plausibile al tutto è forse peggiore di chi ha gioito della sua sofferenza post infortunio). Libero di andare a giocare e segnare dove vuole. Libero di tornare a casa o di starsene dov’è. Libero anche di dire che, probabilmente, senza quest’incubo ad occhi aperti non avrebbe vestito il bianconero. E, anche se fosse, non dovrebbe importare nulla a nessuno. Dovrebbe importare solo che Fabio Quagliarella, oggi, è un uomo libero. Nel calcio e, soprattutto, nella vita. E nessuno più di lui lo merita.