Le 4 C di Champions League

di Sandro Scarpa |

Ripassiamo le lezioni che i primi ottavi di Champions League ci insegnano.

CAMPIONI – Negli ultimi 9 anni la Champions l’hanno sempre vinta loro, le Barcellona, Real e Bayern, con l’intrusione di due outsider come Inter e Chelsea e le chance sprecate di altri underdog come Dortmund, Atletico e Juve. La Triade è sempre presente in finale ed è (quasi) sempre arrivata compatta alle semifinali. Campioni, ma anche categorie, superiori. Classe, ma anche classe di fatturato, consapevolezza e caratura. Bayern e Real si sbarazzano dei belgiochisti Wenger e Sarri clonando gara e risultati dell’andata, il Barça scolpisce una delle più assurde, mistiche e per questo splendide pagine di sport. Sulla retorica dell’impresa ci torneremo ma va detto che se non hai Messi-Neymar e Suarez, con coraggio e carattere fai poca strada. Ad oggi la Triade si ripresenta agli ottavi (dove non si è mai scontrata in 20 anni di Champions…) con in pole un Bayern granitico, a ruota un Barca che passa dal disastro all’epica che le conferisce un’aura magica di invincibilità, o meglio di incontenibilità, e poi sul terzo gradino un Real tutta individualità che potrebbe però ritrovare una forma fisica decente della BBC. La Juve ha perso alcuni campioni di spessore europeo (Vidal, Pogba, Morata) e trovato altri che in Europa devono consacrarsi (Pjanic, Dybala, Higuain). La Champions è posto da Campioni, nomen omen.

CORAGGIO – La Storia del Calcio, come quella dipinta al Camp Nou, è sempre lastricata di campioni, carattere, classe, carisma, convinzione, ma anche di episodi, errori ed eresie tattiche. L’impresa che annichilisce le regole del calcio viene da 1 gol su rimpallo, 1 autogol, 2 rigori scaltri, 1 punizione e una palla in area con 22 uomini ammassati e la zampata mitologica di Sergi Roberto. Il Barça però ci ha sempre creduto ciecamente, sempre andata a prendere altissimo il PSG, sempre messo palla dentro,  continuato a fare il suo gioco, consapevole di poterne fare 6 o 7. I francesi al contrario sono scesi in campo immolandosi passivamente e rassegnandosi ad un prezioso 3-0 o 5-1. In una serata poco messianica, con 10 tuffi di Suarez (1 giallo e 1 rigore) è Neymar l’eroe omerico, uno dei più forti di sempre alla sua età, che trascina una squadra fatta di classe e coraggio, terzini che si fiondano, centrali che fanno i centravanti e puntano Cavani e Di Maria a centrocampo. Il PSG negli ultimi 10′ ha racimolato 4 passaggi riusciti, 3 dei quali per ribattere dopo i gol. La Juve di Lippi aveva quel coraggio che a quella di Capello (forse più forte) mancò. La Champions non è posto per pavidi. 

CONSAPEVOLEZZA – Subito dopo la Triade, il BVB è apparso conscio della propria capacità di fare calcio, imporre ritmi e gioco, senza nulla da difendersi, andando a prendere davanti ciò che aveva sprecato a Lisbona. La consapevolezza può venire da esperienza o forza riconosciuta, vedi Ancelotti o Ramos, ma anche dal proprio know-how tattico, vedi Tuchel e perfino Sarri, che per 50′ ha davvero rotto le scatole al Real, oltre l’abissale differenza di categoria. La Champions non ti perdona gli errori, ma soprattutto non ti perdona la scarsa consapevolezza di sè stessi, le identità poco chiare, il trasformismo. In Champions devi essere e dare il meglio di ciò che sei e hai, non cambiarti, non risparmiarti. Zero trucchi. Il PSG non può fare catenaccio se in Ligue1 non lo fa da un lustro, il Real di Zidane non può esprimere bel gioco ma deve essere cinico, letale, verticale e chirurgico, la natura da loser dell’Arsenal non può trasformarsi in Champions. In Champions devi buttare tutte le tue migliori carte, senza nasconderti, attendere o mascherarti. La Juve non deve snaturarsi ora, sa difendere come poche altre e ora può attaccare come poche altre. Deve essere sì consapevole dei propri limiti ma soprattutto della propria forza, senza snaturarsi, senza timore. La Champions non è posto per chi non sa chi è.

CLIMA – Ci sarebbe anche la C di Concentrazione, perché la CL insegna che nessun risultato è acquisito e tutto può essere rovesciato, ma preferiamo parlarne al positivo invece. Nessun altra squadra può fare ciò che ha fatto il Barça, soprattutto nessun luogo della terra diverso dal Camp Nou avrebbe dato la sensazione metafisica, percepibile, ineluttabile di una naturale e ovvia epopea in tempo reale. Il cross dentro per Sergi Roberto è il punto di intersezione tra incredibile e inesorabile, surreale e ovvio al tempo stesso, la straordinaria ordinarietà della storia che si trasfigura in leggenda. 120mila non tifosi, ma padroni di un’unica emozione, come padrone esigente come nessuno sa essere il Bernabeu, come unica è la muraglia gialla del Borussia o il teatro di guerra dell’Allianz. Applausi anche agli ottimi 60.000 del San Paolo che, in uno stadio fatiscente, sono stati, per una volta, elemento notevolissimo dell’impresa a metà -prevedibile- del Napoli. I tifosi Juve non hanno da imparare dal San Paolo, e poco da imparare dal gialli BVB, dai blancos e dai blaugrana ma, soprattutto in Champions, quello Stadium inaccessibile e spietato in Italia va portato in una dimensione europea, con un afflato unico, senza vuoti, fischi, scioperi e mutismo sugli spalti, senza tentennamente, calcoli e risparmio sul campo. Uno 0-0 ci porterebbe ai quarti, ma una vittoria perentoria e sonante sarebbe un segnale a noi stessi, prima che agli altri di attacco alla Triade. Lo Stadium è posto per la Champions!