Lazio-Juventus: breve e pazza storia dei doppi ex

di Massimiliano Mingioni |

Torino-Roma di rado è stata una pista molto calda nella storia del nostro calciomercato, sia sul versante giallorosso sia su quello laziale. Non sono dunque molti gli illustri ad aver vestito entrambe le maglie, e sono per lo più storie di rose non del tutto colte. A parte il mitico Silvio Piola, bianconero solo per due stagioni nell’immediato dopoguerra, nel passato remoto ricordiamo il piccolo ma ficcante Ermes Muccinelli, sgusciante ala destra della Juve bonipertiana (da giocatore), transitato alla Lazio nel 1956 e da lì rientrato brevemente a Torino dopo un triennio. Nell’estate del 1984 Boniperti presidente varò un’importante operazione per condurre in bianconero i due controversi dioscuri biancocelesti, Bruno Giordano e Lionello Manfredonia, accomunati oltre che dalla militanza con l’aquila dalle disavventure del calcioscommesse. L’affare è ormai definito quando Giordano spara una richiesta economica giudicata irricevibile nelle stanze, allora, di Galleria San Federico. Salta così, in modo clamoroso (non era tempo in cui si rifiutasse la Juve) il trasferimento, e la Juve trattiene i giocatori (Briaschi, Favero, Limido) originariamente destinati a contropartita: vincerà la coppa campioni, mentre la Lazio retrocederà. L’anno dopo tuttavia le strade dei dioscuri si dividono e Manfredonia può approdare in bianconero insieme a Michael Laudrup, promessa del calcio europeo parcheggiato per due anni, con esiti alterni, proprio presso la Lazio. Impiegato a centrocampo nel posto che fu di Tardelli Manfredonia si disimpegna brillantemente per due stagioni, al termine delle quali, malgrado fosse stato il migliore per rendimento nella non felicissima stagione 86-87, non gli viene rinnovato il contratto: passerà così, clamorosamente, alla Roma, dove la sua carriera sarà prematuramente interrotta da un malore in campo. Rimane nella memoria, paradossalmente, un gol annullato: quello validissimo segnato al Bernabeu, irregolare solo per il signor Valentine, e che ci costò la qualificazione: Hurrà Juventus ne fece addirittura un poster. Quanto a Laudrup, “il più grande giocatore del mondo, in allenamento” secondo la perfidissima definizione di Platini, nel quadriennio juventino non renderà secondo le potenzialità, enormi e che dispiegherà più a fondo in un campionato, la Liga, più congeniale a un talento tecnicamente cristallino ma non accompagnato, diciamo, da un cuor di leone.

Nuovo incrocio nel 1990, allorché la rinnovatissima Juve sotto l’egida di Montezemolo e del direttore sportivo (ed ex-laziale) Governato si assicura per 7,5 miliardi la grande promessa Paolo Di Canio. La storia è ahinoi nota: una squadra mal costruita, al servizio di un’idea imprecisa, di quelle che, avrebbe detto Longanesi, in Italia hanno sempre un avvenire ma non – aggiungiamo noi – nel calcio. Oltretutto nella compagine incautamente affidata a Maifredi la concorrenza per Di Canio è feroce, fra Baggio e Hassler. Col ritorno di Trapattoni per l’esuberante Paolino sembra aprirsi la prospettiva di una maglia da titolare: tuttavia l’interpretazione del ruolo richiesta dal vecchio Giuàn è di sacrificio tattico, per far quadrare conti un po’ asimmetrici fra Baggio e due punte di ruolo, e così pochi sono gli onori e di più gli oneri; l’anno successivo poi con Vialli e Moeller gli equivoci tattici, lungi dal risolversi, si aggravano (ne farà le spese proprio Vialli a lungo costretto in un ingratissimo ruolo di raccordo) e per Di Canio sarà tanta panchina. I rapporti col Trap non saranno mai ricuciti: nel 2002 mentre Paolino furoreggia al West Ham l’allora ct azzurro, a domanda rispose: “Dovesse scoppiare un’epidemia di peste bubbonica e mi ritrovassi con i giocatori contati, allora chiamerei Di Canio”…. Si concluse così un triennio magari non di grandi soddisfazioni calcistiche, ma che lasciò comunque un buon ricordo nei tifosi per la veracità del personaggio: si pensi alla distensiva dichiarazione prima di uno Juve-Roma (“io odio la Roma”) poi trasposta in campo in un’entrata omicida del nostro su Giannini che scatena una maxi-rissa con tre espulsi (oltre a Di Canio Julio Cesar e Nela) in una partita finita 5-0 (!). Oppure alla micidiale demolizione del querulo Pasquale Bruno, passato alla sponda granata e da lì prodigo di dichiarazioni roboanti, che Di Canio incenerisce con la frase “Bruno fa tanto il cuore granata ma ogni giovedì è qui in sede (alla Juve ) a chiedere favori”….Più fortunato il percorso inverso di Pigi Casiraghi, mai del tutto esploso alla Juve dopo il promettentissimo debutto nell’89-90 e invece di grande impatto laziale.

1996, ecco alla Juve Alen Boksic, cavallo pazzo croato che a Torino si rivela arma a doppio taglio: tanto efficace nel controllo e gestione del pallone quanto prodigiosamente impreciso nelle conclusioni, Boksic contribuirà, coi vari Zidane, Jugovic e Del Piero, a creare una caterva di occasioni da gol e a sbagliarne personalmente una cospicua quantità (è di pochi giorni fa il diciannovesimo anniversario della coppa Intercontinentale vinta a Tokyo malgrado degli errori inconcepibili del buon Alen). Nella seconda parte della stagione Bòzzighe (secondo la lectio romanesca) uscirà un po’ di scena, complici qualche infortunio e l’esplosione del duo Vieri-Amoruso, salvo rientrare da titolare – scelta controversa – nella sfortunata finale di Monaco contro il Borussia Dortmund. L’estate successiva Moggi, nel tentativo di trattenere inizialmente Bobo Vieri, lo rimanderà alla Lazio per la stessa cifra pagata l’anno prima (circa 20 miliardi). Resterà l’impressione di un potenziale non del tutto espresso, e uno scarso feeling con l’ambiente (nei confronti della stagione successiva Boksic sarà poco amichevolmente “cercato” in campo da più di un ex-compagno…). Dopo la parentesi all’Atletico Madrid sarà poi proprio Vieri a rivestire il ruolo di ex-juventino in casa biancazzurra.

Insomma, come si è detto, occasioni non del tutto colte, promesse non pienamente realizzate, quasi una patina di lazialità resistente alla scalfitture: una storia cui si potrebbe aggiungere in modo pertinente anche l’incompiutissimo Salas. Senonché, nello stesso anno di quest’ultimo, arriva dalla Lazio alla Juve un certo Pavel Nedved. E quella, lo sapete bene, è stata tutta un’altra storia, che riscatta e sorpassa tutte le altre. E che non c’è bisogno qui di ripercorrere.

Segno forse di una tendenza che si è invertita, l’ultimo anello della catena è il caro Stephan Lichtsteiner, anche lui passato con successo (personale e di squadra) da laziale apocalittico a juventino integrato: anzi, a giudicare dai fischi e dalla sua esultanza polemica dopo il gol in Supercoppa, il buon Licht sulla patina di lazialità ci ha dato un’energica passata di solvente, e certamente si può escludere dalla teroia degli “incompiuti”. Nella quale, per scherzo, si può invece inserire il suo ex-gemello Kolarov, tormentone immancabile di plurime sessioni di calciomercato al pari dei mitologici (solo da questo punto di vista) Gastaldello e Gilardino, ma come costoro mai approdato dalle nostre parti: a occhio e croce, con tutta la stima per un sinistro notevole, una perdita non incolmabile.

Ora alla Lazio a parte l’effimero (da noi) Candreva, c’è un serio ex, è Alessandro Matri. Niente scherzi, ci siamo capiti.