L’avvocato e la grande bellezza

di Emilio Targia |

Edoardo Agnelli spesso portava il piccolo Gianni con sé a vedere gli allenamenti di Madama, e lui stava lì incantato al campo di corso Marsiglia a fissare i tocchi ripetuti dei campioni. Il suo amore per i colori bianconeri crebbe negli anni, fino a quella splendida cavalcata dei 5 scudetti consecutivi, che ravvivò ancor di più la sua passione, mentre papà Edoardo lanciava la Juve nella storia.

Dopo la tragica scomparsa di Edoardo Agnelli la dirigenza della Juventus chiede al nonno di avere Gianni, appena quattordicenne ma già appassionato tifoso bianconero, nel consiglio del club. Un gesto simbolico e al contempo uno sguardo sul futuro. Il giovane Agnelli a volte si sarà annoiato, in quelle interminabili riunioni, ma avrà anche ascoltato e capito. Personalità vivace e brillante, il giovane avvocato di casa Agnelli, nel frattempo divenuto vicepresidente della Fiat, a soli 26 anni riceve l’invito da parte del presidente del club, Piero Dusio, ad assumere la presidenza della Juventus. Juventus significa per lui i mille giorni felici allo stadio accanto a papà Edoardo; Juventus muove dentro di lui emozioni insondabili, e probabilmente quella scomparsa ha rafforzato ancor di più il già fortissimo legame con i colori bianconeri. Il nonno Giovanni sembra acconsentire; d’altronde comprende bene che quella è la soluzione più giusta per la squadra, e che probabilmente quel ruolo il nipote ce l’ha scritto nel sangue. Così l’assemblea dei soci del 22 luglio 1947 designa alla presidenza l’avvocato Gianni Agnelli.

Di lui Vladimiro Caminiti scrive che «è un frutto dell’albero dell’ottimismo», e l’ottimismo d’altronde è una dote di gioventù, dunque ben si addice al nome «Juventus». Il giovane avvocato mette subito al servizio del club la propria brillante intelligenza e la propria ironia. Di calcio si intende, e tutte quelle partite vissute accanto al padre negli anni sono un patrimonio che non andrà perduto.

Sono gli anni del dominio del Grande Torino, e vincere è terribilmente complicato. La nuova Juve di Agnelli si piazza però spesso subito dietro l’invincibile armata granata, spentasi poi tragicamente nel terribile schianto di Superga del 4 maggio 1949. La Juve che ingaggia Martino, Hansen e Præst, e che ha tra le sue fila dal 1946 un giovanissimo e già talentuoso Boniperti, ha il compito di risollevare le sorti del calcio italiano dopo quella sciagura che ha addolorato l’intero Paese.

Sulla panchina Agnelli chiama Jesse Carver, tecnico inglese che ridisegna la squadra sui dettami della zona e impone un importante lavoro atletico. Nel 1950, a quindici anni di distanza da quell’ultimo tricolore del quinquennio, conquistato da suo padre Edoardo, Madama si cuce di nuovo sulla maglia lo scudetto. Un anno dopo Agnelli deve gestire una complicata situazione in seno alla squadra, dopo che l’allenatore Carver ha criticato ferocemente la dirigenza, chiedendo la cessione dei due Hansen e di Præst e l’ingaggio dell’interista Lorenzi. Agnelli da Cap d’Antibes replica pungente: «Avevo raccomandato al mister di non imparare l’italiano, purtroppo in un anno ha fatto troppi progressi». Alla fine sarà l’ungherese György Sárosi a guidare dalla panchina la truppa bianconera verso il nuovo scudetto del 1952 a spese delle milanesi, con un fenomenale Præst migliore ala del torneo.

Nel 1954 Gianni Agnelli lascerà la presidenza della Juventus per gli impegni di lavoro che si fanno troppo pressanti e che non gli consentono di mantenere quel ruolo come vorrebbe. Negli anni a venire, però, diventa qualcosa di più di un presidente onorario, spesso incarnando i sensi più profondi di quello «stile Juventus» che avrebbe contraddistinto nei decenni i bianconeri. «La Juventus mi emoziona. Mi emoziono quando vedo i giocatori entrare. E mi basta intravedere la lettera J sui giornali per emozionarmi», confesserà. La presenza dell’Avvocato nelle cose della Juve è costante e appassionata, discreta ma palpabile, e lui è ben consapevole della gigantesca serietà di quel gioco che non smette di considerare un divertimento. Detesta mischiare calcio e affari, profondamente irritato da coloro che «infilano in una riunione di lavoro il football e la Juve speranzosi di ottenere chissà quale accondiscendenza». Amante dell’arte fin da bambino – passione trasmessa dal padre – si innamorerà solo dei grandi fuoriclasse: Orsi, Parola, Sívori, Platini, Del Piero. Gli piacciono «le cose belle e ben fatte», e ritiene addirittura «che estetica ed etica si equivalgano». Segue le partite della sua Juventus con immutata passione, e se la squadra conquista la vittoria finale nonostante un brutto inizio, lui lasciando lo stadio spalma sempre sui microfoni dei cronisti qualche riflessione: «Nei momenti difficili di una partita, c’è sempre nel mio subconscio qualcosa a cui mi appello, quella capacità di non arrendersi mai. Questo è il motivo per cui la Juventus vince anche quando non te l’aspetti». Non smetterà di chiamare alle sei del mattino il fido Boniperti, e prenderà gusto nel farlo anche con alcuni giocatori. Con Platini instaurerà un rapporto quasi filiale, tanto da consentire al francese di criticare la marca dello Champagne a una cena nella sua villa, rispondendo con un sorriso divertito e imponendo al campione di provvedere lui, allo Champagne, nelle prossime occasioni.

Sul piano mediatico resteranno memorabili alcuni botta e risposta con altri presidenti, sia pure in punta di fioretto. Come il delizioso duello verbale con Dino Viola sui «millimetri» che decidono o meno un campionato. Ad Agnelli di calcio piace però occuparsi nel tempo libero, proprio perché per lui il calcio è gioia, emozione e libertà. Come in quei giorni da bambino, quando il padre lo portava al campo in corso Marsiglia, quando il cuore batteva forte di fronte a quei campioni in maglia bianconera a pochi metri da lui. La grande bellezza, da quel giorno, dentro di lui per sempre.

(tratto dal libro “Favole Bianconere per tifosi juventini da 0 a 99 anni” (Sperling&Kupfer)


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