L'atavico problema del "se"

di Claudio Pellecchia |

I social sono il male del nostro tempo, anche in ambiti ben più importanti di quello del commento calcistico da bar (scrivente in primis, perché no). Il motivo lo rese noto tempo fa Umberto Eco, in una sorta di testamento morale alle future generazioni. Talvolta, però, possono anche essere forieri di spunti interessanti in grado di farci osservare qualcosa sotto una prospettiva diversa. Non per forza quella giusta, ma quella che magari ti aiuta a comprendere certe situazioni.

Capita, quindi, che nel pieno di un post gara nervoso come pochi (e, nei limiti del possibile, sono uno che cerca sempre di dare e darmi delle spiegazioni razionali anche a una roba come gli ultimi 90 minuti dello Stadium), mi capiti di leggere su Facebook il post di un Emilio Cambiaghi (non credo abbia bisogno di presentazioni) che oltre a interrogarsi sulla nostra reale dimensione europea (legittimo, pur se con qualche passaggio non del tutto condivisibile) insiste sul concetto di slidin’ doors. Quante volte, negli ultimi anni, abbiamo ragionato in termini di “se ci davano il rigore contro il Barcellona, se Tevez inquadrava la porta dal limite dell’area, se Evra l’avesse spazzata se (in riferimento a stasera) Higuain segnava il 2-0 a porta quasi vuota”; se, se, se, sempre se, sempre ad arrovellarsi su quel che poteva essere e non era stato.

cambiaghi

Leggendo il post, per certi versi illuminante, di Emilio ho capito, però, che fino ad oggi avevo sbagliato ad interpretare questo concetto che lui, invece, ha fotografato al meglio. Le slidin’doors non sono qualcosa che ti capitano tra capo e collo e che tu varchi o meno per caso. L’occasione per passare da quella maledetta porta te la devi creare perché nessuno lo farà per te: oltrepassarla dalla parte giusta o meno è, poi, questione di dettagli non sempre dipendenti dalla tua volontà. Ma se ti sei preventivamente messo in condizione di giocarti le tue carte al posto giusto, nel momento giusto, la probabilità di entrare nella storia come speravi aumentano in maniera esponenziale.

La Juventus vista stasera (e, più in generale, quella di questa prima parte di 2016/2017) non si è certo messa in questa condizione. Anzi, sembra aver gettato le basi per l’ennesima campagna europea fatta di rimpianti, di invocazioni ad Eupalla che non ci dice mai quasi mai bene (la gara di Lione è un notevole bonus da questo punto di vista), di elenchi ridondanti di nuovi e preoccupanti “se”. Anzi, no. Non sono nuovi, i “nostri” se. Alla fine, sono sempre gli stessi: “se evitassimo di speculare sul golletto, se avessimo una mentalità e un approccio a certe partite degno di tal nome, se riuscissimo ad essere forti anche nei fatti e non solo a parole, se provassimo noi ad imporci tecnicamente invece di lasciare sempre l’iniziativa agli altri” e via così.

Tutto il resto, dalle responsabilità di un tecnico (e chi scrive ha sempre evitato scientemente il tiro al bersaglio ad Allegri per partito preso) che sceglie di sperimentare il rombo nella partita più importante, a quelle di un gruppo di giocatori che vanno inspiegabilmente nel pallone quando il primo prova a proporre qualche variazione sul tema, passando per una condizione fisica che tende più ad andare che a venire, è solo una naturale conseguenza del nostro non saper (o non voler) mettersi in grado di passarla quella porta.

Notare come non stia ancora parlando al passato. Non è il momento o, forse, c’è ancora la speranza che, anche in campo, si cominci a ragionare all’indicativo presente dei novanta minuti di Siviglia senza pensare troppo agli eventuali rimpianti successivi al ritmo del condizionale, E’ così che si cambia il corso della (nostra) storia. E’ così che si passa una slidin’ door dalla parte giusta.

p.s. Nella chat di gruppo mi fanno notare che se Lacazette sfrutta a dovere il primo errore di Barzagli da anni a questa parte rischiamo di complicarci le cose ancora di più in chiave qualificazione. E’ slidin’door anche quella, certo.