Dov’è la Vittoria? Solo alla Juve

di Sandro Scarpa |

L’Italia è fuori dai Mondiali. Frase secolare. Da 60 anni non la pronunciavamo.

Anche 60 anni fa si diede la colpa a tutti, al sistema da riformare, ai club che sperperavano soldi, alla mancanza dei giovani, alla proliferazione degli “oriundi”. Tutto o quasi come ora.

Da juventini ci siamo detti, prima del fischio d’inizio, che poco ci interessava, zero tensioni, zero drammi nel caso funesto, anzi, guai a tifare una Nazionale che quando vince con allenatori e blocchi juventini i meriti vanno sempre agli altri e quando perde invece a fallire è l’ItalJuve. Guai a tifare una Federazione che ci vessa, tartassa, logora i calciatori.

Eppure, al fischio finale, quelle lacrime di Buffon trattenute a stento, fine indegna per una leggenda, l’ultimo dei grandi campioni italiani riconosciuti. Eppure, quell’amarezza di Barzagli e Chiellini, ma anche di Florenzi e De Rossi. Le teste basse degli altri. E quel pensiero cupo come un gong: FUORI!

Mi spiace tanto per i ragazzini. Da morire. La fine della scuola, l’estate, i mondiali… 
Dagli 8 ai 16 anni credo siano la cosa più bella del mondo.
Assieme al tabellone dei mondiali, le figurine, le divise delle nazionali, l’inno ufficiale, la mascotte e tutto quello che gira intorno. E’ il pantheon per un ragazzino che vive di pallone, ragazzino senza età, anche a 50 anni. E tutto questo sarà SENZA ITALIA.

 

Non è solo un flop epocale è un cambiamento sociologico. L’italiano appassionato di calcio mancherà per 8 anni, dal 2014 al 2022, all’appuntamento col torneo più bello e importante, globale, pirotecnico, spettacolare, affratellante: i Mondiali! 8 anni, una generazione appunto.
Ci sarà un’intera generazione di ragazzini che passerà dai 8 ai 16 anni senza tifare l’Italia ai Mondiali.

Questo ci porta ad allargare il discorso, passando al tifo quotidiano per i club, che quasi non esiste più per metà italiani. Non esiste più il tifo pro, non esiste la speranza -e la cultura- della Vittoria.

Un’Italia che fa cose pessime in Sudafrica (coi giornali prontissimi a titolare VERGOGNA!!! su quel Lippi che solo 4 anni prima aveva fatto titolare “TUTTO VERO!“) e continua a perdere in Brasile 2014. Un’Italia che si limita a illudere agli Europei 2012 e 2016, con brevi e intensi squarci di tifo compatto, di Fratelli d’Italia cantato in modo orgoglioso (a proposito, solo oggi la marcetta “Canto degli Italiani” diventa Inno Ufficiale, era inno provvisorio dal 1946…che tempismo!!)

Molti italiani non vincono NULLA dal 2006!
Nel frattempo, tra i club, la Juve vince da 6 anni di fila senza lasciare nulla, solo le bricioline. Rendiamoci conto che la vita degli “altri” tifosi è fatta di NULLA. Nessuna gioia, nessuna vittoria dal 2006 o, al massimo, dal 2011.
Un’intera generazione di frustrati calcistici, di gufi, di gente che gode a vedere il nemico perdere e non sa cosa vuol dire vincere o rivincere.

A parte supercoppette e coppette Italia, la metà dei Fratelli d’Italia non ha una gioia diretta da 7 anni, non conosce la Vittoria, non sa dov’è! O meglio, sa benissimo dov’è la Vittoria: a casa del Nemico giurato. Quindi le uniche gioie sono Calciopoli, la B, i settimi posti e poi, in modo ancora più meschino, Berlino, Cardiff!

Questo implica un cambio radicale nella cultura calcistica italiana:

da un lato c’è un popolo (bianconero) abituato ai successi, anzi, fin troppo avvezzo, ai limiti della noia, eppure anche arrabbiato, ancora dopo 10 anni, contro Federazione e Palazzo (rabbia alimentata dalle prescrizioni, dalle incompetenze, dai casi Conte, da quello Agnelli);

dall’altro lato altri popoli, abituati ad insuccessi, illusioni e a denigrare le vittorie altrui, paradossalmente schierati anche loro contro quella stessa Federazione, che fa vincere la Juve e che perde in azzurro per colpa, in qualche modo, dei bianconeri.

Se in campo abbiamo onestamente toccato il fondo, dal fischio finale abbiamo cominciato a scavare.

Dal CT al Presidente Federale, dai giornalisti a Ballack, da chi salta e scende da carri, da chi colpevolizza un sistema, un nemico, una controparte, lo straniero! Insomma tipicamente italiano.

Eppure, per il discreto (ma insufficiente) lavoro della Juve sui giovani italiani e per la necessità di arrangiarsi di altri club, abbiamo la migliore rosa dal 2010 in poi, con una nuova generazione di calciatori non comparabili a superpotenze come Germania, Francia e Spagna, ma comunque migliori del manipolo di eroi guidati da Conte solo 2 anni fa.

Invece, ora comincerà una pantomima di grandi riforme e applicazione di modelli vincenti, altrove.

La storia dell’Italia insegna che nessun modello altrui funziona da noi,  nè viene applicato correttamente (a partire dalla ridistribuzione dei diritti TV in nome del “modello inglese”).

Paradossalmente, per i grandi demeriti TATTICI e GESTIONALI di un singolo (Ventura) si punta il dito solo ora sulle deficienze di un sistema con una base di praticanti sempre più scarsa, una rete di strutture di formazione inadeguata e una miopia colpevole di centinaia di club che non sanno valorizzare i vivai. Proprio adesso che incredibilmente il sistema stava creando degli anticorpi, come il più bel mondiale Under 20 della nostra storia.

Intanto, se egoisticamente può farci piacere che la FIGC perda centinaia di milioni (che servirebbero però a potenziare i centri federali -20 in Italia, 330 in Germania- o ad ingaggiare un CT degno) e che i giornalisti (loro mai colpevoli…anzi facili fustigatori) non vadano a fare vacanza in Russia, ritorniamo proprio ai ragazzini.

Ragazzini senza mondiali per 8 anni. Senza pallone in strada, nei cortili, all’oratorio, a casa. Senza dare calci tutti il giorno se non alla Play e senza il sogno di diventare calciatori, i prossimi Buffon, i prossimi 10 della Nazionale. Potrebbe anche andar bene se sognassero invece di diventare i prossimi Nobel o semplicemente uomini liberi e migliori, il punto è che dalla maglia della nazionale al massimo si passa a sognare i troni di uomini e donne o i grandi fratelli.

Retorica a parte, ci resteranno 4 immagini come sfondo a questa veglia funerea-azzurra.

Bonucci, l’uomo dalle forti convinzioni, che lancia la maschera protettiva, per sfidare tutto e tutti: la sorte, la mancanza degli schemi e quegli avversari troppo scadenti per essere i nostri carnefici.

Florenzi, il cocco di nonna, che bacia una, due, quattre volte quella sfera su corner al 92°, credendoci, simbolo forse iconico di una nazionale decisamente più forte che non sa che affidarsi alla fede, alla speranza quasi superstiziosa.

De Rossi, il collerico e sanguigno, costretto in panchina, in una gara della morte, proprio lui, che avrebbe voglia di entrare e spaccare il mondo, ma ha la lucida cattiveria di dire “fai entrare loro, non me!”.

Buffon, che ritorna appunto bambino: “non ho pianto quando Rizzitelli nel ’99 ha preso il palo”. E piange ora, da uomo che non voleva far piangere i bambini per la delusione.

Tranquillo Gigi, i bambini non piangeranno per una tua sconfitta. I bambini dai 6 ai 96 anni piangeranno quando andrai via davvero, da Campione, perché un uomo e un calciatore come te non può mai perdere, perché sa e ha sempre saputo, dov’è la Vittoria.