La vita di uno juventino a Roma

di VittoAv |

Ufficio, martedì o mercoledì sera: è quasi ora di correre a casa, perché stasera la Juve gioca in Champions ed è sempre una partita di quelle delicate.

Ufficio, venerdì sera: domani comincia il weekend e ci sarà l’ennesima partita da vincere, che sia per consolidare il primato o rincorrere l’ennesima squadra campione del tikitakadenoartri, poco importa.

Siamo agli sgoccioli, ma lui non arriva; e, se lui non passa dalla mia stanza prima della partita, non posso andare via. Lui è un collega, romano, ma juventino: l’avversativa non è messa a caso.

All’improvviso, eccolo: “Allora direi che è tutt’apposto, dovremmo stare tranquilli…”. La frase che aspettavo. Di solito, quando la dice, torno in ufficio senza il rischio di essere fermato in corridoio per sentirmi dire: “St’ artr’anno nun vincete ’n cazzo”. Perché vuol dire che la Juve ha vinto.

La vita (calcistica) di uno juventino a Roma è fatta anche di piccole scaramanzie come questa: espedienti, per (soprav)vivere in un contesto non lontano da quello di Bilbo Baggins nella stanza del tesoro del drago Smaug. Restare nascosti, sobri e diplomatici, per convenienza; e per l’inutilità, la ripetitività e, quindi, la noia, che portano certe discussioni.

Anche se, prima di trasferirmi qui per lavoro da Torino (un po’ più di quattro anni fa), già lo immaginavo, sono lezioni che ho imparato dopo il primo Juve-Roma. Ottobre 2014. Torno a Torino per la partita, godo come un pazzo al gol-vittoria di Bonucci verso lo scadere e ritorno a Roma. Il lunedì, pranzo con un collega (romanista, manco a dirlo): una persona pacata e garbata, con cui sono anche amico. Con prudenza e lungimiranza, evito di affrontare l’argomento del giorno, ma è più forte di lui e, quindi, ne parla: Vidal che ostruisce la visuale al portiere, a voi il rigore l’ha dato e a noi no perché, se capita a voi, nel dubbio, il rigore lo danno… Insomma, una serie di ovvietà, più che altro fomentate da pregiudizi, ritagli di giornale e radio locali, in un resoconto sempre più accalorato e di crescente risentimento. Anche se vorrei ribattere punto su punto, per placare gli animi mi limito invece ad osservare come queste cose si vedano su tutti i campi, che la Juve comunque ha giocato meglio… Ma niente: mi manda al diavolo e se ne va. Siamo tornati a pranzo insieme dopo un anno circa.

Eppure, scopro ben presto che a Roma non sono solo. Intanto, cominciamo col dire che, da quando sono qui, non è passato un solo anno in cui non si siano vinti almeno due trofei: è sorprendente vedere Piazza Venezia invasa da bandiere bianconere sventolate da chi, come me, evita di parlare di calcio anche soltanto con un tassinaro, ricordando strenuamente a sé stesso che i conti si faranno alla fine. Chissà quanti romani e romanisti sanno che, proprio a Roma, è stata fondata la SS Polisportiva Juventus nel 1905 (da tempo estinta), ispirata proprio alla squadra di Torino neo-campione d’Italia. Annamo bbene.

Persino tra i miei colleghi, ho trovato diversi alleati con cui condividere il fardello di tifare zebrato: sarà un caso, ma nessuno di loro è romano. Roberta ricorda il Roma-Juve del 2012 (1-1), vissuto in incognito allo stadio, in cui un padre rammentava a Lichtsteiner di essere un “lazziale de mm…” e suo figlio, circa dieci anni di età, augurava un migliaio di volte a Chiellini di trovare pronto decesso (prima che il Gorilla segnasse il gol del pareggio). Michele patisce l’incontro con alcuni colleghi romanisti il mattino successivo ad una nostra partita, perché non rendono il giusto merito alla Juve, che magari ha pure vinto ma, per partito preso, dicono che si è trattato della solita “rubberia”. Domenico, invece, sceglie di evitare ogni confronto dialettico, fino a maggio.

Abbiamo creato il thread “OnlyJU” su WhatsApp (attualmente contraddistinto dalla parodistica mano fasciata di Higuain che solleva il dito medio), guardiamo le partite insieme da anni a casa mia e ci teniamo che Michele arrivi regolarmente sul fischio d’inizio, con due birre da 66cl, rispettando la sequenza dei posti sul divano e il livello del volume (21 o 35). Durante la finale di Cardiff, ci siamo accorti che, nel palazzo di fronte, risiede un gruppo di romanisti di varia età, che sembra quasi di averli in casa per le urla che piantano quando si tratta di tifare la propria squadra, ma soprattutto di gufare la nostra. Sul gol di CR7, quella sera, hanno fatto partire una serie di boati da far tremare i bicchieri. Bicchieri, che abbiamo rovesciato noi stessi sulla successiva acrobazia di Mandzukic, quando mi sono ritrovato davanti alla finestra, con entrambi i medi ben protesi, per distendere i rapporti di buon vicinato.

Pare che a Roma il 75,4% sia romanista, il 6,8% juventino e il 6,4% laziale; e che in città si parli per il 59% della Roma e per il 41% della Juve. Me lo sono spiegato così: il romanista si sente legittimato allo scudetto per ceto, perché nato, cresciuto e abitante la città più bella del mondo, per di più capitale. Qualsiasi elemento distonico rispetto a questa convinzione viene vissuto come un ingiusto complotto, alla cui regia c’è sostanzialmente la Juve; oddio, per qualche anno c’è stata anche l’Inter, ma pare che solo noi dovessimo giocare un campionato a parte (cit.).

Per fortuna, le polemiche paiono essersi lievemente smorzate, di recente: lo stesso De Rossi non ha più avuto difficoltà ad ammettere che la Juve si sta dimostrando la più forte. Ma la mentalità del tifoso resta sempre quella, vittimistica e alimentata dalle radio locali. Quindi, per noi, juventini a Roma, tanto vale continuare a fare il nostro: riunirci come dei Carbonari, guardare le partite e chattare, aspettando la solita frase del nostro collega, un altro maggio, un’altra Piazza Venezia.