La vedova Allegra

di Valeria Arena |

Ci sono storie talmente benedette dagli Dei da avere inizi e conclusioni così perfette da fare invidia a qualunque sceneggiatore. Quando la Juve ufficializzò l’ingaggio di Allegri, dopo che l’altro, il predestinato, l’amore di un vita, scappò dalla finestra mentre dormivamo sogni più o meno tranquilli, mi ricordo, anzi è Zuckerberg a ricordarmelo ogni estate, che fui così scema da pubblicare l’immagine di Gianni di Sapore di mare che, con torta e spumante in mano, scopre che Selvaggia lo sta cornificando con Fulvio in riva al mare. Ecco, quella sensazione di smarrimento mista a delusione e stupore, che durò più o meno un quarto d’ora perché chi aveva il tempo di disperarsi quando in fondo tutto era rimasto uguale, se non addirittura migliorato, è tornato prepotentemente insieme a un’altra ufficializzazione, quella relativa alla fine dell’avventura di Allegri sulla panchina della Juve. Non eravamo tutti, ma eravamo in tanti, a dimostrazione del fatto che la maggioranza ha sempre ragione. Esattamente come quelli che vincono, ma non starò qui ad ammorbavi spiegandovi che chi produce programmi che fanno il 40% di share o pubblica un libro che vende miliardi di copie, evidentemente ha capito qualcosa in più degli altri, perché in fondo, ma mica tanto, questa è un’altra storia.

In questi ultimi cinque anni, che poi sono figli dei tre precedenti di Conte, alla Juve è successo qualcosa che sembra avere dell’incredibile, ma che in realtà ha fondamenta scientifiche. Sono qui per rasserenarci tutti: non siamo pazzi, anche se spesso lo sembriamo. In economia, infatti, esiste il concetto di utilità marginale decrescente, secondo cui se io, in preda alla fame, inizio a mangiare svariate fette di torta, mettiamo 8, le prime mi daranno una soddisfazione maggiore rispetto alle ultime, e quindi il mio grado di goduria decrescerà man mano che mi ingozzerò. E questa, insomma, è colpa di Allegri, che ci ha rimpinzato peggio di un foie gràs nel corso degli ultimi anni. Vero, direte tutti in coro, ma la ciliegina sulla torta non ce l’ha mica messa. Vero, vi risponderei io, ma a oggi, a conti fatti, sono solo due gli allenatori che sono riusciti a mangiarla, quella ciliegina, guarda caso gli stessi che, nella stessa classifica dei più grandi, stanno immediatamente prima di Max.

E quindi tutto un problema di ciliegina. Non mangiamo una torta così ben fatta da talmente tanti anni che quella ciliegina è diventata il metro di misura di tutto. Ma torniamo seri. Allegri, dicevamo, l’allenatore che è tornato a farci credere che un’altra Champions fosse possibile, che ci ha talmente distratto dai fatti nostrani da farci credere che il senso di tutto stesse altrove, che ha talmente alzato l’asticella da aver fatto sicuramente intimorire qualunque sostituto, non solo perché fare meglio di lui, in termini di risultati, è esattamente difficile, ma perché fare meglio di lui significa solo una cosa: vincere quella coppa, che alla Juve è un po’ come dire «ora vado a fare il sindaco di Roma e sistemo tutto io».

Non mi imbarcherò in discussioni riguardi il bel gioco, perché noi femmine nasciamo geneticamente risultatiste, cosa volete che ce importi che se Tizio, Caio e Sempronio fanno capolavori col pallone se poi non segnano e non vincono, o se Mister X gioca vertice basso o vertice alto, e non starò qui a sviolinare quanto triste e malinconico sia l’addio di Allegri, il che è già evidente dai modi, dalle parole e dai gesti che sono stati usati per salutarlo, perché quello che più mi interessa in fin dei conti è il dopo, come bene insegna la Juve. La verità è che, messi da parte il disastro e la delusione post Ajax, Max lascia un macigno enorme a chi sta per succederlo, un’eredità pesante che non si sa bene, giustamente, dove ci porterà. Fare meglio di Allegri significherà pure far giocare meglio la squadra, focalizzarsi più sulla parte offensiva piuttosto che alla difensiva, ma a conti fatti, vuol dire solo una cosa: vincere in Europa. Ecco, conoscendo l’ossessione che questa squadra, perché ormai di questo stiamo parlando, ha per la Champions, se fossi il nuovo allenatore della Juve, qualche scatola di Xanax me la porterei a Torino.

Ci sono storie che sono talmente benedette dagli Dei da sembrare perfette pure quando finiscono. Si dice che quelli bravi i necrologi se li sono già scritti da soli e infatti Allegri, mentre abbracciava un tapiro davanti a Valerio Staffelli, si è fatto al chiusa da solo: «Sono stati cinque anni d’amore meravigliosi, e dire che per me cinque anni di relazione sono pure tanti».

È l’ennesimo capolavoro di questa Juve. Puntare ancora alla luna mentre tutti guardano il dito.