La terza via di Pirlo

di Giulio Gori |

Nella sfida ferale tra allegriani e sarriani, il dibattito si è sovente involuto nella contrapposizione tra chi difendeva a tutti i costi il modello italiano e chi, al contrario, preferiva imitare il miglior calcio europeo. Allegriani arroccati nel non voler ammettere che un altro calcio è possibile, sarriani convinti che qualsiasi calcio nuovo fosse migliore di quello vecchio. Poi è arrivato Andrea Pirlo: nella sua tesi per diventare allenatore di Serie A, l’ex fuoriclasse bianconero ha messo a fuoco alcuni presupposti culturali che sembrano far tramontare quella dicotomia manichea, che stupiscono per il nitore con cui vengono identificati concetti in apparenza contrapposti. Perché, se nel calcio una verità assoluta non esiste, due piccole verità ci sono senz’altro: non sapersi aprire al nuovo è senz’altro sbagliato, ma lo è altrettanto dimenticare la propria storia, la propria scuola. Tralasciando l’enorme mole di spunti suscitati dalla tesi «Il calcio che vorrei» (tra l’altro già ben tracciati su Juventibus nel pezzo dell’ottimo Alex Campanelli), qui ci concentreremo su alcuni aspetti che dimostrano il tentativo di Pirlo di introdurre una via italiana al gioco di posizione. Un percorso già avviato, con una loro personalissima reinterpretazione, da Antonio Conte e Gian Piero Gasperini, per rifarci agli allenatori italiani di primo piano. Ma la terza via di Pirlo sembra più ortodossa al modello di riferimento del guardiolismo, pur mantenendo ampi spazi di autonomia dottrinale.

Le marcature. Gran parte della tesi tratta dell’ambizione di un calcio fatto di possesso, e di un possesso lento per tenere compatta la squadra, un gegenpressing immediato, della volontà di difendere in avanti e di comandare il gioco e il campo, della fluidità dei ruoli. Poi Pirlo individua il difensore moderno con questa definizione: «Esisteva prima il difensore marcatore preoccupato solo del suo diretto avversario, poi con l’avvento della zona c’è stato il difensore di reparto abile a leggere spazi e situazioni. Ora il difensore deve essere in grado di mixare queste due abilità». Ora? Il punto sembra chiaro: dopo l’affermazione di un nuovo modello, è arrivato il momento di recuperare alcuni presupposti di un calcio negletto. La spiegazione tecnica arriva successivamente, quando parla di una «linea difensiva a 4 che lavora di reparto ma in relazione agli avversari». E ancora: «In situazione di palla laterale ci posizioneremo a uomo nella zona. All’interno della zona di competenza il difensore si rapporterà all’avversario senza prenderlo in marcatura stretta ma allentata (per cercare di ovviare ai contro-movimenti)». Insomma, sui cross non ci si limita a stringere il reparto, sui cross si marca. Nel dettaglio: «Su palla laterale il difensore centrale di parte è il primo a muoversi e si posiziona poco più avanti del palo per andare a coprire».

Invece, il secondo centrale così come il terzino sul lato debole «ognuno all’interno della sua zona si relaziona all’eventuale avversario». In un calcio moderno condizionato da valanghe di gol per cross che scendono in mezzo a due difensori che non marcano, non è un ritorno al passato di poco conto. Il riferimento, poi, alla marcatura allentata è un particolare interessante: Pirlo tiene alla realtà più che dell’ideologia e, di fronte a un panorama di difensori non più abituati a giocare a uomo nelle giovanili, preferisce optare per versione soft della marcatura, ma più facile da applicare per chi è digiuno della disciplina. Inoltre, questa versione soft è più indicata per tentare di evitare che il reparto perda ordine: in altre parole, il nuovo allenatore della Juve spera in un modello difensivo che sappia mixare ambiziosamente gli elementi della zona e dell’uomo.

L’adattabilità. Pirlo torna sulle situazioni a difesa bassa e schierata: «Una soluzione interessante con palla negli ultimi 30 metri, potrebbe essere quella del nostro centrocampista centrale che entra nella linea difensiva per comporre una linea a 5 fondamentale per difendere al meglio in ampiezza ed essere aggressivi centralmente. Anche qui le caratteristiche del nostro centrocampista e quindi del contesto determinano questa scelta». Premesso che Pirlo non opta in via definitiva per un centrocampo a due o a tre, l’aspetto interessante non è tanto il centrocampista che si abbassa sulla linea dei difensori, ma la considerazione successiva, ovvero che la scelta del centrocampista e di cosa debba fare il centrocampista deve essere fatta in base al contesto: si cerca, sì, di imporre il gioco, ma si tiene conto dell’avversaria e delle sue qualità offensive; e, quindi, se ad esempio la rivale è molto forte sul gioco aereo un Bentancur regista sarà più indicato di un Arthur. Insomma, il mantra è cercare di dominare il gioco, ma senza essere bloccati in una scelta sempre identica, offrendo il fianco agli avversari solo per paura di passare per cavernicoli. Mica come certi fenomeni che sui corner mettono Verratti a marcare Pogba, solo perché occuparsi dei calci d’angolo è roba per vili artigiani.

Il contropiede. La parola contropiede, nel lessico di Pirlo, non compare mai. Ma nella sua testa il concetto c’è eccome. Le marcature a uomo e il centrocampista che scala in difesa contrastano con l’idea di una ricostruzione sempre e per forza ragionata e dal basso. Non solo: «Nelle transizioni offensive per esempio, il gioco preventivo di alcuni attaccanti quando difendiamo bassi in difesa posizionale, può prevedere degli smarcamenti fuori linea magari laterali dietro ad un terzino avversario che si è spinto in avanti. Questo gli permetterà di farsi trovare libero per poter ripartire nel momento in cui recuperassimo palla. Nel caso in cui il difensore centrale avversario uscisse lateralmente su di lui in marcatura, avremmo disordinato il loro schieramento con la possibilità di sfruttare gli spazi liberati da questi movimenti». Qui si torna davvero alla preistoria del calcio all’italiana: il centravanti che non resta sulla trequarti a ricevere le palle che escono dalla difesa e rigiocarle all’indietro sull’uomo libero, ma che scappa verso la fascia per ripartire in verticale. Certo, questa è l’eccezione, non la regola, nella filosofia di Pirlo, ma è comunque un’ipotesi contemplata. Nella tesi, si aggiunge: anche nelle ripartenze brevi, «recuperata
palla nella trequarti offensiva attacchiamo velocemente la porta avversaria (5-10 secondi se non si concretizza manteniamo il possesso e riprendiamo la nostra struttura posizionale)». Il celebre principio di Guardiola, secondo cui servono almeno 15 passaggi prima di andare in porta (un principio su cui lo stesso Guardiola col tempo si è molto ammorbidito), viene meno: la regola è avanzare compatti e senza strappi, ma l’alternativa, ovvero la verticalizzazione, è un’arma da tenere in considerazione.

La testa. Nella tesi Pirlo insiste in più di un passaggio sull’importanza dei momenti della partita e, per farlo, usa un’espressione non molto diffusa nel lessico calcistico comune: l’emotività. Serve, spiega, «adattarsi al contesto sempre più liquido delle partite. La definizione e la creazione del contesto ideale (tattico, tecnico, fisico-atletico ed emotivo) per far esprimere al meglio i nostri giocatori, sarà la nostra sfida più importante». Fa anche degli esempi, come quando illustra che il pressing asfissiante esalta la squadra che lo fa e sfianca mentalmente quella che lo subisce. Nel gioco di posizione, volgarmente detto calcio europeo, di cui il nuovo allenatore della Juventus vuol essere un alfiere, non si

dimentica quindi una delle caratteristiche più peculiari delle scuole latine del calcio. Non è il lavoro psicologico sulle sicurezze e le insicurezze dei giocatori su cui un Wenger ha costruito la sua fortuna all’Arsenal, non è il concetto di grinta e ferocia evocato da quasi tutti gli allenatori, è un qualcosa che invece, per tradizione, attiene al calcio italiano, iberico, balcanico e sudamericano: un misto tra lucidità, cattiveria e spavalderia. E viene da sospettare, anzi da sperare, che Pirlo vorrà lavorare sull’aspetto emotivo dei giocatori in ogni fase della partita: perché, oltre a essere capace di alternare momenti di calma e di esaltazione, i giocatori dovrebbero essere capaci sia di esaltarsi quando schiacciano gli avversari nella loro area di rigore, sia quando sono in dieci uomini a difendere il risultato sulla propria riga di porta. Troppe volte vediamo squadre magnifiche che, non appena sono costrette ad abbassarsi, appaiono spaventate.

Italiano o europeo? La Juventus ha quindi scelto un allenatore che, nelle sue intenzioni, vuole creare una squadra offensiva, che dia del tu al pallone, capace di usare i triangoli e i rombi, gli half spaces, i ruoli fluidi, il pressing e che – il cielo sia lodato – vuole movimenti continui senza palla e l’area di rigore avversaria costantemente riempita. Recuperando però anche alcuni antichi concetti acquisiti nella sua lunghissima esperienza professionale. Se sarà all’altezza di una sfida del genere nessuno lo sa ancora. Ma le intenzioni non contano affatto poco. Nello sterile dualismo tra un’Italia che si chiude in se stessa o che scimmiotta l’Europa, forse è la volta buona che sia l’Italia a entrare in Europa.


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