La teoria dell’intervistato colpevole

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Franco Merafino

Le interviste tv dovrebbero prendere spunto dal dialogo inteso come genere letterario di carattere speculativo; invece gli intervistatori, spesso, credono di essere come Woodward e Bernstein nel Watergate.

Il tipo di comunicazione tra intervistatore e intervistato in tv, ma anche, in misura minore, sugli altri media, risponde ai criteri dell’immaginario collettivo generati dal canone del poliziesco e in generale dalla figura letteraria, cinematografica e televisiva del detective. Ogni giornalista lo fa a modo suo, ma del resto nel genere giallo e poliziesco ci sono un’infinità di stili e di esempi molto diversi tra di loro.

 

I pochi giornalisti che si limitano a fare domande neutre per lasciare che sia l’intervistato a esporre le sue opinioni sono considerati aziendalisti o, nella migliore delle ipotesi, noiosi. Negli altri casi, l’intervistato è sempre un presunto colpevole al quale, grazie alla dialettica, si cerca di estorcere una confessione, o di scoprire un’incongruenza nelle sue risposte che costringa il presunto colpevole a dimostrare la propria innocenza; o, nei casi più estremi, come Poirot sull’Orient Express, si espone una narrazione accusatoria generale che riassume tutto l’intreccio. Spesso manca un accurato lavoro di investigazione alle spalle, e di conseguenze, le domande si basano su un teorema o su un pregiudizio basato su dati incompleti o male interpretati, ma, riguardo allo stile , il panorama è davvero ampio: il bordocampista che, come il Tenente Colombo, alterna domande banali su dettagli della vita privata a domande che mettono in evidenza l’incongruenza degli alibi; gli inviati delle tv locali che, come il Poe dei Delitti della Rue Morgue, applica un registro condiviso con il genere horror; l’intervistatore alla Charlie Chan che, come Federico Buffa, propone mondi morali alternativi nella narrazione che genera le domande ai presunti colpevoli; gli inviati ufficiali delle tv a pagamento che, come da C.S.I. in poi in tutte le serie che prevedono un laboratorio scientifico come strumento d’indagine, fanno delle domande di cui conoscono la risposta in anticipo.

 

In questo tipo di fiction, quando il presunto colpevole non riesce a difendersi dalle accuse, o a tirare fuori un alibi, viene arrestato o, per onestà intellettuale, confessa. Nel calcio invece succede poche volte: sono pochi quelli come Gattuso che, oltre a condividere questo tipo di immaginario, hanno una tale onestà intellettuale che li costringe a confessare i propri delitti; e a volte a confessare anche i delitti altrui.

 

È più diffusa invece la figura del colpevole che propone, infuriandosi, un altro teorema accusatorio, una narrazione che ribalta il problema sull’intervistatore o sui giornalisti in generale, e, di solito, viene fatto aggiungendo uno stile tipico di altri format: Spalletti, che attinge dai codici dei reality show; Antonio Conte, influenzato dal romanzo psicologico; Mourinho, che usa direttamente lo stile degli eroi dei peplum di Hollywood; Benitez, che predilige il romanzo-saggio e addirittura, grazie alla lavagna in conferenza stampa, anche i codici dei pamphlet; Guardiola e i suoi epigoni del calcio posizionale, che forniscono dati e teorie nel più tipico stile del documentario scientifico; Allegri, che, forse inconsapevolmente, alterna il registro dei film d’animazione per la prima infanzia e di ippica. Il lunghissimo elenco avrebbe bisogno di molto più spazio per enucleare i diversi codici esistenti e in che modo vengono fatti propri per cercare di includere anche i casi meno frequenti di chi, come Malesani, all’interno del canone del romanzo giallo aggiunge l’anticonvenzionalismo di Robbe -Grillet e le distopie di Philip Dick.

Netflix, con il suo stile che tende alla semplificazione del codice, o al suo accumulo, avrà probabilmente un forte impatto sull’immaginario di cui non si potrà non tenere conto, ma è presto per ipotizzare quali conseguenze possa avere sulle risposte di Allegri o sulle domande di Adani.


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