La storia del Puma e dell'imponderabilità

di Matteo Viscardi |

Quante volte ci si ritrova a fantasticare con gli amici, con i colleghi o anche solo con i parenti a tavola sull’esito (in primis bianconero) della UEFA Champions League 16/17?
C’è chi pensa che la Juventus abbia allestito uno squadrone pronto a dominare tutte le armate del vecchio continente, e ormai al livello stellare (se non oltre) dei “Potenti” dell’ultimo lustro.
Chi un po’ più prudentemente parla di formazione rinforzata e competitiva, e chi, decisamente meno confidente nella (e con la) sorte, preferisce quasi glissare sull’argomento, indicando nel passaggio del group stage il vero target della Vecchia Signora (anche) per la stagione in fieri.
Senza dimenticare i pessimisti cosmici, quelli secondo cui ‘Madama’ porta sempre a termine mercati orribili (eufemismo), vendendo costantemente i migliori (fa niente se spesso questo capita a cifre fuori mercato!), e comprando presunti rincalzi dal profilo discutibile (tecnico o di massa grassa, non fa grossa differenza), utili forse a centrare la qualificazione in UEFA Europa League.
Discorsi sicuramente molto belli, appassionanti e talvolta pure con una capacità sorprendente di “aggregare” le tipologie più disparate di individui, e livellare anche le più aspre tra le differenze sociali.
Fraseggi e contrasti di parole animati, con la forza squassante di porre sullo stesso piano il Manager pluridecorato e l’operaio di fabbrica, l’impiegata e il primario d’ospedale. Incastri e scambi dialettici però che rischiano di essere oscurati da uno degli aspetti preponderanti della massima competizione europea per club, quello strabiliante mix di momentum (l’inerzia nella concezione americana del termine) e casualità, in grado mutare i valori di forza in modo violento ed improvviso, e in ogni caso di tratteggiare con contorni molto diversi il percorso di una compagine, presentandosi spesso a chiedere il conto all’interno di un doppio confronto.
Lo dovrebbero sapere molto bene proprio i tifosi della Juventus, che più volte hanno assaggiato, a proprie spese, il sapore di questa miscela esplosiva, tastandola nel male (con quel retrogusto dannatamente fastidioso, quasi insopportabile), ma grazie al Dio del pallone anche nel bene, provando un piacere difficilmente definibile con fredde parole, o macchinose e ricercate locuzioni. Episodio esemplificativo della goduria senza controllo a tinte bianconere non può che essere quello della notte del 7 Marzo 2006.
La Champions League 05/06 arriva alla fase ad eliminazione diretta dopo la routine (ormai canonica) della prima fase. La Juventus domina l’insidioso (ma non impossibile) gruppo A, relegando il Bayern Monaco in seconda piazza e candidandosi come una delle squadre da corsa per la finale di Parigi Saint Denis.
Il sorteggio regala in sorte ai bianconeri un avversario molto solido, ma di valore nemmeno lontanamente paragonabile alla corazzata (sotto qualsiasi punto di vista la si volesse guardare) nelle mani di Fabio Capello. Dall’urna esce il Werder Brema di Micoud, Klose e Frings, e sui volti di Moggi e Giraudo si palesa un malcelato sorrisetto, quasi di compiacimento, per aver evitato scogli ben più appuntiti (Real, eliminato comunque l’anno prima, e Chelsea su tutti).
Il ghigno dolce dipinto sui visi dei massimi dirigenti della Vecchia Signora inizia a spegnersi nell’andata di Febbraio, al Weser Stadion.
Nella città anseatica, una delle più belle in assoluto del Nord della Germania, impreziosita dallo stupendo quartiere storico Schnoor, e da un Markt di bellezza stordente, la Juventus gioca una partita pessima. I bianconeri la perdono (giustamente) tre a due nel recupero, con la firma del francese Micoud, uno che in Italia conosciamo bene per i suoi trascorsi parmigiani.
Il risultato di Brema è negativo, almeno quanto la prestazione a tratti sconcertante, ma la fiducia non abbandona la truppa Capelliana, che si presenta al ritorno del 7 Marzo al Delle Alpi convinta di ribaltare l’esito della sfida teutonica. E come potrebbe essere altrimenti quando puoi schierare, in casa e tutta insieme, gente del calibro di Nedved, Ibrahimovic e Vieira?
Anche il pubblico ci crede e prova a spingere la squadra ai quarti, ma dopo soli quindici minuti, il gelo piomba sulla già fredda Torino. Ancora Micoud, sempre lui. Il francese timbra un gol superbo e mette nei guai la Juventus,
smorzando improvvisamente l’entusiasmo sugli spalti. Parte così un’affannosa ed impaurita rincorsa alle due reti necessarie per la qualificazione torinese, ma il risultato non cambia e alla pausa lunga ci si va con i tedeschi avanti.
Nella ripresa l’ingresso di Del Piero cambia la musica, e proprio su una brillante iniziativa del capitano, si perviene al punto del pari del suo gemello diverso, il cobra Trezeguet.
Mancano 25 minuti al triplice fischio e il momentum sembra sorridere alla Juventus, ma l’impulso locale piano piano finisce per spegnersi. La rassegnazione e la frustrazione subentrano alla speranza in tutto il mondo bianconero.
Quando lo sconcerto ormai la fa da padrone però, sul proscenio della partita salgono due personaggi d’autore. Uno è il protagonista, il Puma Emerson, l’altro il deuteragonista Wiese, ex portiere di buon livello, ora Wrestler per la WWE.
L’estremo difensore ospite esce in presa con sicurezza, sventando una delle ultime chance Juventine, ma una volta accovacciato a terra perde misteriosamente il pallone. A quel punto la leggenda narra che Cannavaro urli ‘Pumaaa, pumaaa’ ad Emerson (che è di spalle alla palla), affinché il brasiliano si renda conto della situazione favorevole e depositi banalmente la sfera in rete. E’ il tripudio bianconero. Uno degli orgasmi calcistici più forti probabilmente mai provati, sicuramente il più impetuoso, in quanto totalmente inatteso anche solo un decimo di secondo prima. Bello, meraviglioso, o forse persino celestiale.

La storia di Emerson però, forse vale la pena ricordarla anche e soprattutto quando per un’inezia finiamo per restarci male, quando per un rinvio errato di Evra si vanificano 180 minuti (o 90) di qualità massima. Semplicemente perchè con il Mix di Momentum e casualità bisogna imparare a conviverci, e capire che l’All-in sulla singola annata, in UCL, non ha nessun senso. Ragionare quindi solo sulla stagione 16/17 in chiave vittoria finale ha poco senso, ha molto più valore farlo relativamente al prossimo lustro, su un periodo di tempo più lungo e meno influenzabile dall’episodio.
E allora si che la Juventus e i suoi tifosi saranno finalmente pronti ad affrontare il torneo con la consapevolezza adeguata nei propri (potenti) mezzi e portarlo a casa, magari anche più volte.