La stella di Conte e certi amori che (non) finiscono

di Riceviamo e Pubblichiamo |

C’è qualcosa di controverso in ogni amore, che si dissocia dalle logiche e vive di perenne emotività. È proprio per questo che per molti juventini vedere Conte, seduto sulla panchina dell’Inter, è una fitta al cuore: non esiste professionalità che tenga, quando si parla di “quelli là” da Calciopoli in poi, gli scudetti contesi e rivalità mai sopite. Eppure lo spirito di contraddizione abita anche chi oggi accusa l’ex capitano e condottiero della rinascita dopo l’inferno della B, di tradimento.

Le cronache giornalistiche, da quel giorno di luglio in cui Conte decise di mollare gli ormeggi e interrompere la sua storia da mister della Juve, ci hanno raccontato con dovizia di dettagli i suoi tormenti, il macigno di un errore percepito e la voglia di ritornare sulla panchina lasciata con troppa fretta. Nel tempo, ha disseminato indizi di questo desiderio, provando a riavvicinarsi al mondo Juve e a ricucire una storia interrotta, pur nei contorni di un carattere che non rinuncia ad orgoglio e determinazione. La storia recente ci ha rappresentato un’intesa con l’Inter, maturata da mesi eppur congelata fino all’ultimo nella speranza che qualcosa da Torino si sbloccasse. Fosse stato per Paratici e Nedved, il salentino sarebbe diventata la soluzione più naturale per il dopo Allegri, perché ne conoscono il metodo e la capacità di calarsi subito nel mondo Juve e di riconnettersi con l’ambiente. Aveva persino suggerito una sua idea di squadra per la stagione futura, abbozzando due/tre rinforzi calibrati che migliorassero la rosa, in controtendenza con la rivoluzione paventata dal tecnico toscano in uscita. Dalle colonne de La Gazzetta aveva tessuto gli elogi di Agnelli, sussurrando come in una dichiarazione d’amore timida ma chiara che “i matrimoni devono farsi in due”.

Il sì di Agnelli non è mai arrivato. E che ci fosse una chiusura netta, insanabile, doveva intuirsi tra le parole nella conferenza stampa di commiato ad Allegri, quando il presidente ha ricordato quel suo tweet in zona Berlino, in cui sottolineava che “bisogna avere le palle” per prendere una squadra a luglio e condurla a una finale di Champions. Tradotto, Conte non le ha avute. Un amore finito in un giorno di luglio e mai più corrisposto. Da lì, non si scappa. Ora, pur comprendendo il fastidio di molti tifosi, se il desiderio di ritrovarsi esiste solo da una parte, non si può pretendere che una persona resti col cerino in mano, dinanzi ad occasioni lavorative, vivendo di illusioni e per non fare uno sgarbo al passato. Anche perché Conte lo dovremmo conoscere: è un sergente di ferro che dà tutto per i colori, ma che si culla della sua determinazione e che non ha paura di oltrepassare la barricata, quando le sue ambizioni lo indirizzano. A Lecce, in molti non lo amano per quella sua esultanza dopo un gol ai giallorossi, quando era alla Juve; da allenatore si macchiò della più grave “colpa” per un tifoso del Lecce, ovvero sedere sulla panchina dei rivali del Bari. Una decisione che gli costò una dura aggressione verbale, durante una partita con gli amici durante le vacanze salentine. Non si può, d’altro canto, pretendere da lui di espiare in eterno l’errore di quell’addio, consumato nel ritiro estivo, in attesa che, prima o poi, qualcuno rimetta i suoi peccati. Così, se amo una donna che non mi ricambia, non è che possa passare il tempo a rifiutare le avances di un’altra confidando magari in un oroscopo benevolo. Anche perché, al netto delle voci di mercato, e nonostante il suo talento, non è che Conte in questi mesi abbia avuto poi così tante occasioni da cogliere, proprio per colpa di quel suo carattere un po’ fumantino.

Nonostante questo e nonostante la sua scelta, continuo a pensare che Conte sia il migliore allenatore italiano: certo Allegri ha più titoli e migliori risultati europei e Ancelotti un palmares internazionale da sogno, ma rispetto a loro, il salentino ha ancora margini di crescita. E i suoi metodi di lavoro, l’ossessione per i risultati e la sua carica lo rendono un numero uno. Ma sono tutti tratti che gli derivano dalla sua juventinità e rinnegarlo oggi solo perché allena l’Inter non è serio: perciò non rinnego ciò che Conte è stato per i colori bianconeri e trovo stupida l’idea di rimuoverne la stella allo Stadium.

Il suo essere bianconero prescinde da quello che oggi e dalla ricerca di fare il bene della squadra per cui lavora. La storia è disseminata di gente che è passata da una parte all’altra: gente come Causio, Anastasi, Tardelli, Trapattoni o Lippi ha vestito il nerazzurro, eppure nessuno oggi mette in discussione la loro juventinità. Boninsegna ha giocato con noi vincendo più scudetti che in tanti anni con l’Inter, eppure a Milano nessuno pensa che non sia un simbolo nerazzurro.

Il mio giudizio non cambierà nemmeno quando Conte mostrerà il suo essere sopra le righe, la sua empatia col pubblico e sfodererà parole allineate al mondo interista: fa tutto parte del gioco. La discriminante vera starà nel rispetto per la sua storia passata che lo ha reso quello che è oggi. Quella stessa storia che lo ha tutelato nell’anno complicato della squalifica e lo ha difeso a spada tratta quando non era dovuto, salvo poi vedersi salutare per i dieci euro da utilizzare in un ristorante da 100.

Da simpatizzante di Conte ho sperato che un giorno potesse tornare sulla panchina bianconera, ma da tifoso juventino ho subito pensato che la sua storia con la società si fosse definitivamente chiusa lì: Torino resterà sempre casa sua, la Juve probabilmente non più. Perché certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi ma poi consumano nei ristoranti cinesi con la formula all you can eat. E perché, dopo un po’, ci si stanca pure delle diatribe costanti tra le “vedove di Conte” e i “filoallegriani” e arriva il momento di una tregua alla contesa. Se poi volete la guerra perenne, c’è Mourinho libero: la Juve lo metta subito sotto contratto e l’arena riparta.

Di Mauro Bortone, giornalista LecceSette