La stagione di Khedira: quando l'assenza è essenza

di Juventibus |

di Francesco Bresciani

Si fa presto a dire “parametro zero”, ed è facile farci svolazzare sopra la parolina magica “gratis”, parolina usata spesso per sminuire la portata di molti tra gli acquisti più sciagurati di gran parte delle squadre italiane. Non avrebbe senso valutare l’investimento fatto su Khedira sulle base di questa superficialità, nascondendosi dietro al “tanto era gratis” e al “si è dovuto pagare soltanto l’ingaggio”, anche perché quell’ingaggio, che erroneamente viene considerato in modo marginale, ha un peso specifico notevole.
Il parametro zero evita la scocciatura di trattare con squadre proprietarie di cartellini, ma non elude le spese; il buon Sami ha firmato un contratto quadriennale da 4,5 milioni di euro a stagione, 18 milioni in totale per un calciatore sicuramente importante e di livello internazionale, ma anche reduce da due stagioni fatte di 13 e 11 presenze totali in campionato (Liga Spagnola col Real Madrid). Dire che si è trattato una scommessa, e anche piuttosto rischiosa, è il minimo; dire che sia stata una scommessa vinta è facile, perché lo facciamo col senno del poi, ma a inizio stagione abbiamo sudato freddo, il giocatore si è fermato subito a causa di un infortunio rimediato durante la partita contro l’Olympic Marsiglia, era solo il precampionato. Timbra il primo cartellino ufficiale addirittura il 30 settembre, allo Stadium i bianconeri ospitano il Siviglia e il centrocampo della Signora si scopre improvvisamente bello dopo più di un mese a guardarsi allo specchio contando i brufoli. La forza di Khedira l’abbiamo capita prima ancora di averlo visto veramente giocare, percependone l’assenza come un deficit importante all’interno di un centrocampo potenzialmente efficace, ma organizzativamente allo sbando. Il non esserci di Sami pesava già, pur non essendoci praticamente mai stata una Juventus con il tedesco in campo, mica cosa da poco.
La mediana senza di lui, e senza Marchisio, non ha retto inizialmente il peso della programmata rivoluzione che ha coinvolto una squadra intera dopo le dipartite dei “mammasantissima” Pirlo-Tevez-Vidal, per questo possiamo azzardarci quasi a parlare di una Juventus pre Khedira e di una post Khedira, a prescindere dal fatto che il vero “turning point” della stagione sia stata la pluri ricordata sconfitta di Sassuolo. “Dare sicurezza a un reparto”, se vogliamo usare un inciso scontato, ma mai così calzante quando si parla della stagione del tedesco, giocatore mai appariscente, ma che irradia fiducia, contagia i compagni della propria sfrontatezza, creando un sistema osmotico che permette a chi gli gioca a fianco di avere la testa più leggera, e di giocare meglio. Il suo esserci con una certa continuità ha regalato alla squadra un terreno solido sul quale prendere la rincorsa, accelerare e superare tutti di slancio, pur partendo da molto dietro, nonostante rimanga purtroppo forte la sensazione che si abbia a che fare con un giocattolo tanto bello quanto fragile. Khedira è come un pezzo di una cristalleria pregiata, vorresti che ci fosse sempre, per fare bella figura, pur sapendo che corri costantemente il rischio che si rompa. Allegri l’ha dovuto gestire, quasi centellinare, perché fosse presente nelle occasioni più importanti, occasioni per le quali è sempre stato ritenuto fondamentale. Nella sfida decisiva di campionato contro il Napoli il tecnico non ci ha pensato due volte, se la partita è di alto livello e c’è la minima possibilità che Sami possa giocare, Sami gioca.
Perché non è concepibile il contrario, perché a Monaco contro il Bayern, nella sfida più epica della stagione bianconera e forse di tutta la Champions League 2015-2016, quando Khedira è uscito dal campo la Juventus dominava e stava sul due a zero; il tedesco è un giocatore capace di creare rimpianti, e questa sua capacità è un tratto identificativo dei fuoriclasse. La sua efficacia non è però da valutare su partite singole, ma nella continuità di rendimento che ne fanno uno dei centrocampisti più affidabili della Serie A sul lungo periodo, e con una propensione al gol non certo sopita viste le 5 reti siglate al primo anno di Serie A.
A tutto ciò che abbiamo visto in campo, va aggiunta una sua impeccabile professionalità, percepita per tutto ciò che riguarda il suo essere calciatore, atleta e personaggio. Comunicazione sempre di alto livello sia social sia media, immagine pulita e ordinata (e ben sappiamo quanto questo sia importante all’interno del contesto Juventus), impegno indiscutibile e senso di appartenenza molto alto. Si presenta in estate facendoci partecipe di un suo forte desiderio di inserirsi all’interno di una cultura e non solo di una squadra, e già si capiva che l’ottimo giocatore sarebbe stato anche un uomo intelligente e di personalità, normale che non abbia fatto fatica a imporsi. Attraverso Instagram ci ha reso partecipi di quanto lavoro svolgesse privatamente per recuperare dai, comunque non poco frequenti, infortuni in una tanto efficace quanto spontanea gestione della propria immagine. Si è fatto voler bene insomma, da tutti i tifosi, e non involontariamente, con intelligenza, pochi ne sono capaci.
Scommessa costosa ma vinta quindi, come già abbiamo fatto intendere; una vittoria sul campo del mercato propedeutica a quelle di Scudetto e Coppa Italia sul campo da gioco.