La solitudine del numero 9

di Claudio Pellecchia |

Lo guardo, Gonzalo Higuaín. E mi arrabbio. Insieme a lui, ma non per lui. Ci mancherebbe. E’ che a vederlo lì a sbattersi, a scattare, a fare a sportellate come un Amauri qualsiasi senza uno straccio di pallone pulito da calciare in porta, è una roba che mi fa imbestialire. Non me ne capacito, è allucinante: hai a disposizione un’arma di distruzione (calcistica, s’intende) di massa e provi ad azionarla con le miccette, leggasi lanci lunghi (contro Koulibaly e Chiriches: bene ma non benissimo). A un certo punto, mi è perfino tornata in mente la famosa battuta dell’Avvocato sui polacchi che attaccavano a cavallo i carri armati dei Tedeschi nel ’39.

Per i soli parziali: 32 tocchi in totale, uno solo nello specchio della porta. Che, ovviamente, va dentro perché Gonzalo Higuaín è un fenomeno e gli basta una palla per fare la differenza nell’hic et nunc più atteso. Da noi, da lui, probabilmente da tutti. Ma la (giusta) contentezza non deve far passare in secondo piano un refrain che andiamo ripetendo da tempo, insieme a quello del “c’è tempo miglioreremo”: abbiamo una mentalità che non ci porterà a nulla, se non al più grande spreco di talento, individuale e collettivo, della storia recente. Il gioco (non necessariamente il “bel” gioco, qualunque cosa significhi questa locuzione), il modulo, la tattica, sono tutti figli di uno status mentale che porta una squadra che dovrebbe dominare l’avversario (e non ci si riferisce al Napoli di stasera, ma alle varie Inter, Milan, Udinese, Palermo e, a naso, Chievo) a giocare contratta, svogliata, quasi timorosa di diventare quel che è necessario diventi per puntare al bersaglio grosso. Che non è il campionato, ma questo l’avevate intuito.

E lascia il tempo che trova anche il fatto che Buffon, in una riedizione di quel che fu a Sassuolo di questi tempi giusto un anno fa, ribadisca questo concetto davanti alle telecamere a fine gara. Le parole, se non sono seguite dai fatti, se le porta via il vento. Così come i palloni lanciati nel vuoto sperando che un numero 9, sempre più forte e sempre più solo, magari ne arpioni uno e lo trasformi in oro colato. Può andare bene una volta, magari due. Ma alla terza no, alla terza rischi di arrovellarti su quel che poteva essere e non è stato. Ancora una volta. E tempo per migliorare, magari, non ce ne sarà più.